Una guerra nella guerra

La Linea Gotica: una guerra nella guerra


Come è noto, nel comando tedesco vi fu un forte contrasto di opinioni sul da farsi dopo il Soldati in marcia a Montignososuccesso dello sbarco angloamericano a Salerno ai primi di settembre 1943. La tesi di Rommel, che dei generali germanici era senza dubbio il più agile di mente e il più dotato di capacità di comando, era che non valeva la pena consumare uomini e mezzi in una difesa palmo a palmo della penisola italiana. Visto che i tedeschi non avevano ributtato in mare le forze alleate sbarcate nell'Italia meridionale, e visto che l'aviazione germanica era stata spazzata via dai cieli italiani dalla superiorità aerea degli alleati – o al massimo ridotta a successi sporadici, come i due bombardamenti delle navi ancorate nel porto di Bari e qualche attacco su Napoli – una ritirata lenta, con grosse azioni di ritardo, come quelle sulla Linea Gustav, da Cassino a Orsogna e a Ortona, dell'autunno-inverno 1943-44, avrebbe esposto le lunghissime linee di rifornimento della Wehr-macht al martellamento della Royal Air Force (RAF) e della US Air Force, praticamente senza possibilità di difendersi. Meglio era dunque riportare indietro le truppe tedesche, risparmiando loro un inutile logorio e
mantenendone quasi intatta l'efficienza bellica, per attestarle su una linea montana, irraggiungibile dai carri armati pesanti Sherman e poco suscettibile di crollare sotto attacchi aerei. Dunque, sulla catena dell'Appennino Tosco-Emiliano in un primo tempo, e su quella delle Alpi in un secondo momento, nella disperata ipotesi di uno sbocco degli angloamericani nella Pianura Padana. Una volta che gli alleati si fossero dissanguati in vari attacchi a questi bastioni naturali – né gli Sherman potevano sognarsi di attraversare i ghiacciai dell'Adamello, né gli Spitfire potevano fare molto contro le rocce del monte Civetta – tutto sarebbe stato possibile: anche una controffensiva vittoriosa che riportasse gli hitleriani a Milano e Bologna.
Il maresciallo Kesselring non aveva l'agilità mentale di Rommel: era un bruto feroce e testardo, che voleva la difesa a oltranza della penisola per saccheggiarla con tutto comodo e sfruttare fino all'ultimo le risorse agricole e industriali della Pianura Padana. Il presupposto politico di questa strategia era che i fascisti fossero la maggioranza in Italia come lo erano stati i nazisti in Germania. Secondo questo punto di vista, anche se molti avevano applaudito la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, in realtà gli italo-fascisti erano forti abbastanza da dare una base consistente alla resurrezione di Mussolini in veste repubblicana. Gli oppositori al fascismo, in Italia, non potevano mobilitare altro che pochi "banditen im solde Englands". Per quei ribelli sarebbe stata sufficiente una buona cura di terrore, a base di stragi, come quella già applicata contro i partigiani nell'URSS. Kesselring ordinò esplicitamente di impiegare il metodo del terrore, sperimentato così bene nell'Est europeo.
Era esplicito, negli ordini di Kesselring, che per terrorizzare l'Italia i soldati tedeschi non avevano granché bisogno di affaticarsi a dare la caccia ai "banditen" e rischiare la pelle in combattimento: bastava che facessero stragi sufficientemente raccapriccianti di inermi, bambini e vecchi compresi. Questo disegno orribile è documentato, al di là di ogni possibile dubbio, dalle carte ufficiali della Wehrmacht cadute in mano agli alleati.
Tra le opposte tesi di Rommel e di Kesselring, il caporale Hitler optò per quella di Kesselring: la più idiota e la più sanguinaria.Oltre al ricordo della Grande Guerra, in cui non si cedeva terreno se non a un prezzo di cadaveri superiore allo spazio in cui seppellirli, pesò indubbiamente sulla decisione del Führer la volontà di non fare sparire dalla scena il Duce, suo modello e suo ispiratore. Non era un disegno politico razionale: chiunque avesse un cervello capace di fare i conti con la realtà avrebbe capito che Mussolini aveva perso ogni ascendente sugli italiani, se mai lo aveva avuto davvero; non era più che un lugubre fantasma. Pretendere di riportare Mussolini al potere con il metodo del terrore era ormai un allucinato sogno nibelungico. Ma a quel sogno truce e irreale il caporale Hitler non esitò a sacrificare vite di soldati tedeschi a decine di migliaia. Nella Campagna d'Italia del 1943-45 gli alleati ebbero circa 350000 "casualties" – morti accertati, scomparsi o feriti – e i tedeschi ne ebbero circa 430000. E ciò malgrado i primi stessero all'offensiva e i secondi in difensiva, e quindi fosse prevedibile che gli alleati soffrissero perdite più gravi dei germanici. Tra le visite ai luoghi della Linea Gotica indicate in questa guida consigliamo soprattutto quella al cimitero di guerra tedesco al passo della Futa: circa di 31000 tombe ben allineate come soldati in parata. A quelle tombe di morti accertati nei combattimenti dell'area tosco-emiliana vanno aggiunti i cadaveri che non poterono essere identificati, i puramente e semplicemente "scomparsi", gli innumerevoli morti in ospedali, magari ben lontani dai luoghi dove erano stati feriti o si erano ammalati. Quelle migliaia di tombe parlano chiaro con il loro silenzio: la prima vittima della follia omicida del caporale Hitler fu il soldato tedesco mandato al macello da generali supini ai capricci del Führer.
La tesi di Kesselring della difesa a oltranza di ogni metro di terreno sembrò confermata dall'arresto che l'avanzata alleata subì dall'autunno 1943 alla primavera inoltrata dell'anno successivo davanti alla Linea Gustav, apprestata dai tedeschi attraverso lo stivale, dal Tirreno all'Adriatico, e poi dallo scarso successo – per non dire brutalmente dal fiasco – dello sbarco di Anzio e Nettuno.
Come Dio volle, la V Armata americana la spuntò a entrare in Roma il 4 giugno 1944, mentre l'VIII Armata britannica arrivava a nord dei massicci montani abruzzesi e avanzava nelle Marche, lungo l'Adriatico. Kesselring dovette ritirarsi alla svelta fin verso Arezzo, dove tentò una battaglia d'arresto, senza riuscire a ritardare se non di poco la marcia dell'VIII Armata. Poi ideò un'altra manovra di arresto che avrebbe dovuto costringere i britannici a sbattere il muso contro le alture di Fiesole, guarnite di truppe scelte – i paracadutisti con il bracciale nero e la scritta "Kreten", che indicava in loro i conquistatori, ormai famosi, della leggendaria isola egea – e di forti artiglierie, provocando così quella distruzione dei tesori d'arte di Firenze che avrebbe svergognato l'Inghilterra davanti all'opinione dell'intero mondo civilizzato. Disgraziatamente per lui gli inglesi furono così scortesi che non varcarono l'Arno a Firenze, dove Kesselring li stava aspettando, ma una ventina di chilometri più a monte, in quel di Pontassieve, e altrettanto più a valle, verso le Signe. A combattere di strada in strada contro i tedeschi lasciarono solo o quasi il piccolo esercito del CTLN – la divisione Garibaldi, organizzata dal PCI, e la divisione Giustizia e Libertà, organizzata dal Partito d'Azione – che disponeva solo di armamenti leggeri, inadatti perciò a danneggiare gli edifici. L'operazione Firenze non fu incruenta: solo i caduti britannici sepolti nel cimitero di guerra del Girone, alla periferia della città, sono 1600: se vi paion pochi provate voi che allegria è stare sotto le raffiche o le sberle delle granate e dei mortai. L'azione però costrinse i tedeschi a ritirarsi fino all'Appennino, cioè fino alla linea di fortificazioni stabili progettata da Rommel a suo tempo con il nome di Linea Gotica.
Il presente libro è appunto una guida alle località della Linea Gotica e a quanto ancora sopravvive delle fortificazioni su cui Rommel prima e Kesselring poi contavano di inchiodare la V Armata americana e l'VIII Armata britannica tanto a lungo da dissanguarne gli effettivi. È una visita che indurrà – lo speriamo – a riflessioni molto serie chiunque la compirà.
Il comando tedesco – si chiamasse Rommel o Kesselring lo stratega in capo – riteneva di aver sbarrato l'accesso alla Val Padana con un portone d'acciaio, roccia e calcestruzzo: la Linea Gotica. Non si era neppure sognato che gli inglesi potessero soffiargli la chiave del portone sotto il naso. Il fatto è che i tedeschi combattevano con le armi e col terrore, ma con poco cervello, mentre i britannici combattevano con le armi e col cervello, ma senza terrore. Kesselring avrebbe dovuto fare tesoro dell'esperienza di Firenze, dove era stato così bellamente ingannato dagli inglesi sulle loro intenzioni. Ma era un arrogante testone, convinto di avere inflitto ai suoi avversari tante perdite nelle battaglie di arresto di Arezzo e Firenze da rendere loro impossibile riprendere l'offensiva e sfondare il portone della Linea Gotica. Naturalmente l'Intelligence Service e gli Special Services, che ne erano i tentacoli operativi, fecero il possibile per confondergli ancora di più le idee, spargendo false informazioni tanto da imbottirne lo spionaggio tedesco. Kesselring cadde nella trappola così bene che, terminate le operazioni intorno a Firenze, si mise addirittura in congedo per prendersi un po' di riposo. Sicuri di aver ingannato il loro avversario, i britannici, poche ore dopo il ciclo operativo attorno a Firenze, scatenarono all'improvviso l'attacco nel punto debole della Linea Gotica, la stretta lingua di pianura che a Rimini fronteggia il mare e la linea delle alture di Coriano, immediatamente prospiciente. Quell'attacco colse di sorpresa i tedeschi, costringendoli a mollare Rimini. Ma paracadutisti e carri armati germanici si batterono ferocemente per bloccare l'avanzata dell'VIII Armata. Le alture di Coriano furono espugnate ugualmente, ma in quel breve spazio i britannici lasciarono 2000 morti accertati e migliaia di "dispersi" e feriti. Kesselring, tornato a precipizio, raccolse quanti uomini e mezzi poté e li scagliò addosso all'avversario. Il comando britannico gettò sul tavolo da gioco il suo asso di briscola – i terribili Gurkha dell'Assam – e chiese alla V Armata un'offensiva di alleggerimento che scendesse dalla Futa verso Bologna. I Gurkha erano montanari, bassi di statura e con gli occhi a mandorla, che facevano di professione i briganti finché il Raj britannico non li trasformò in soldati e ne fece i suoi migliori combattenti. Andavano di notte all'assalto, strisciando per terra come serpenti; se il nemico sparava non rispondevano al fuoco per non rivelarsi. Arrivati a ridosso delle sentinelle avversarie balzavano su nel buio come fantasmi, armati di una corta scimitarra con cui tagliavano la gola al nemico di netto con un colpo solo. Nei corpo a corpo selvaggi che seguivano la sorpresa non badavano a quanti di loro restavano uccisi. Badavano invece che, finito il combattimento, i cadaveri dei loro caduti non venissero sepolti ma cremati, perché le anime volassero a ricongiungersi con l'eterno Tutto. Gli americani, dal canto loro, partirono dalla Futa e scesero a valle protetti dal fuoco dei loro modernissimi cannoni a tiro rapido. Ma per sparare a quel ritmo infernale le batterie avevano necessità di essere rifornite di proiettili da una catena ininterrotta di autocarri. Scoppiò però sull'Appennino un diluvio di pioggia che trasformò le strade in fangaie acquitrinose in cui ai grossi autocarri americani, appesantiti dai carichi di munizioni, si bloccavano le ruote. Le munizioni non arrivarono alle batterie; le batterie non spararono; la fanteria, partita all'assalto, si trovò senza copertura di fuoco. Fu una carneficina che in poche ore lasciò circa 2000 morti e feriti sul terreno. L'offensiva di alleggerimento fallì e i britannici furono lasciati a continuare la loro offensiva nel fango. La proseguirono, ma così a stento che Ravenna fu raggiunta da un corpo di canadesi solo ai primi di dicembre 1944. Dopo di che l'VIII Armata restò impantanata per quattro mesi nella pianura romagnola, trasformata daccapo in palude dai tedeschi facendo saltare le dighe delle bonifiche Quei quattro mesi di un freddo eccezionale, tale da ridurre la pianura a uno sterminato pancone di ghiaccio, furono anche punteggiati da bruschi rialzi di temperatura, per cui a neve e gelo subentrarono fitte piogge, contro cui non c'era cappotto che riparasse. A rendere ancor più grama la vita a noi dell'VIII Armata si aggiunse l'assurdo dell'immobilità del nostro fronte, mentre sui fronti della Germania angloamericani a ovest e sovietici a est avanzavano implacabilmente. Davvero la nostra era diventata la guerra dei fessi e più fesso di tutti era chi ci lasciava la "buccia". Ormai correva tra noi la voce che non ci saremmo più mossi perché la guerra si sarebbe decisa lontano.
Naturalmente quella voce era un ennesimo scherzo maligno che gli Special Services giocavano allo spionaggio tedesco. Al solito, quando il comando dell'VIII Armata fu sicuro che i generali del Führer si fossero bevuti la panzana, scatenarono l'offensiva da Alfonsine, nel Ravennate, verso il Po, il 9 aprile 1945. I soldati italiani del gruppo di combattimento Cremona furono l'avanguardia dell'VIII Armata, cui aprirono la strada forzando la linea difensiva nemica al fiume Senio. La V Armata americana – dopo che l'aviazione USA ebbe maciullato la Linea Gotica con bombardamenti così infernali come mai si eran visti sul fronte italiano – avanzò dal passo della Futa e dopo circa una settimana di combattimenti liberò Bologna il 21 aprile. Primi a entrare in città furono il corpo d'armata dei polacchi e gli italiani del gruppo di combattimento Friuli.
Quando i tedeschi che fronteggiavano l'VIII Armata in Romagna cominciarono a vacillare sotto i colpi di mazza britannici, il "1st Recce Squadron" – una unità di 250 paracadutisti italiani – fu lanciato nella notte del 23 aprile nella zona di Ferrara, Mirandola, Revere con l'ordine di creare il caos nelle retrovie nemiche. Sparando come indemoniati per due o tre notti, inflissero al nemico perdite sei volte maggiori del proprio numero: 481 morti accertati e 1083 prigionieri.
L'VIII Armata imbottigliò così le forze tedesche a sud del Po fra se stessa e il fiume, e le costrinse a un "si salvi chi può" disastroso, abbandonando montagne di armi e materiali sulla sponda sud. Solo pochi superstiti arrivarono all'altra riva con mezzi di fortuna. Il 25 aprile l'intera Italia settentrionale insorse contro gli occupanti germanici, travolgendone le estreme resistenze. Il 2 maggio 1945 le forze tedesche in Italia si arresero senza condizioni.
La Linea Gotica fu dunque aggirata e restò in gran parte inutilizzata, a guisa di un gigantesco pachiderma steso al suolo. In pratica, il grande disegno strategico di Rommel non era servito allo scopo sognato dal suo ideatore, anche se l'aggiramento della Linea Gotica da Rimini a Ravenna, fra settembre e dicembre 1944, e le offensive di aprile del 1945 costarono un alto prezzo di sangue. Le salme degli americani caduti in questa zona di guerra giacciono oggi insieme a quelle dei morti su altri fronti dell'Italia centrale in un grandioso cimitero militare (10498 caduti, 1409 "missing"). Gli inglesi preferirono lasciare le salme dei caduti del Commonwealth Britannico delle Nazioni in cimiteri più piccoli e vicini ai campi di battaglia rispettivi: cimitero militare canadese di Montecchio (582 caduti); cimitero militare di Gradara (1191 caduti); cimitero dei Gurkha a Rimini (790 caduti); cimitero militare di Coriano Ridge (1939 caduti); cimitero militare di Cesena (775 caduti); cimitero militare di Meldola (145 caduti); cimitero militare di Forlì (738 caduti); cimitero degli Indiani di Forlì (1264 caduti, di cui 769 cremati); cimitero militare di Faenza (1152 caduti); cimitero militare della valle del Santerno (287 caduti). Le salme dei caduti italiani sono raccolte nel cimitero di guerra di Camerlona (Ravenna).

Giorgio Spini

 

Gallerie

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Aggiornato al:
30.03.2020
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