Il porto di Piombino

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Informazioni generali
Servizi di interesse pubblico
Informazioni utili
La storia



Informazioni generali

Il porto di Piombino, a destinazione commerciale, è delimitato dal molo Batteria e dal Pontile Italsider. È formato da un avamporto e dalle Darsene Capitaneria, Magona e Italsider. Piccole imbarcazioni da diporto possono trovare ormeggio solo per avarie o cattive condizioni meteo previo contatto con Circomare Piombino. Attualmente, 2003, sono in corso lavori di prolungamento del molo foraneo (molo Batteria) per una lunghezza di m 260. L'area nord del porto è prevalentemente utilizzata per i traffici da e per le aziende siderurgiche, che si svolgono al pontile c.d. ex ILVA (Sud 470 mt. e Nord 270 mt.). Il fondale massimo è di mt. 11,89.
Altri traffici portuali, soprattutto lavorati di acciaio ed altre rinfuse, vengono svolti presso altre infrastrutture: il pontile Magona, con due accosti da 104 mt. a nord e 120 mt. a sud, la Banchina Trieste con fascia operativa di 160 mt.. I fondali vanno dai 7 agli 8 m..
Al traffico passeggeri sono destinati il c.d. Dente Nord Capitaneria (85 mt.), il pontile Elba (75 mt.) ed il piazzale Premuda, nonché il molo Batteria (300 mt.) per il traffico ro – ro e passeggeri con la Sardegna.

Tipologia: Porto
Sito web: http://www.ap.piombinoelba.it/
Carte I.I.M.: n. 913, 4, 5, 117
Coordinate: 42°55',89 N 10°33',10 E
Canale VHF: Vhf canali 16/13 (h. 07/23); C.B. canale 09
Fondo marino: fango compatto, buon tenitore
Fondali: in banchina da 2,50 a 6,50 m circa
Orario e tipologia di accesso: Continuo. Mantenere la propria dritta e dare la precedenza alle navi traghetto in entrata e in uscita dal porto. Prendere preventivamente contatti con Circomare Piombino (vhf canale 13).
Fari e fanali: 2016 (E 1446) - faro a lampi bianchi, periodo 5 sec. portata 17 M, sulla sommità dell'Isolotto Palmaiola; 2020 (E 1455) - faro a lampi bianchi, grp. 3, periodo 15 sec. portata 11 M, sullo sperone La Rocchetta; 2100 (E 1456) - fanale a lampi rossi, periodo 5 sec., portata 8 M, sul molo foraneo (molo Batteria, distanza di sicurezza 15 m; attualmente, 2003, il fanale risulta inattivo per lavori e sostituito da una boa luminosa di colore rosso, periodo 5 sec., portata 5 M posizionata in relazione allo stato di avanzamento lavori; la stessa viene spostata in relazione allo stato di avanzamento dei lavori); 2104 (E 1457) - fanale a luce fissa verde, 4 orizz., portata 3 M presso la testata del pontile Italsider; 2108 (E 1458) - fanale a luce fissa verde e rossa, 2 vert., portata 3 M, sulla testata del pontile della darsena Magona d'Italia; 2112 (E 1459) - fanale a luce fissa rossa, 2 vert., portata 3 M, sulla testata del pontile della darsena Italsider
Venti: aperto ai venti del I e II quadrante
Traversie: scirocco e scirocco-mezzogiorno
Ridossi: isole di Cerboli e di Palmaiola o rada di Baratti
Rade sicure più vicine: rada di Baratti, porto di Punta Ala, porto di S. Vincenzo
Lunghezza max: 18 mt
Divieti: Le unità in transito in entrata e/o uscita dal porto devono mantenersi a una distanza non inferiore a 500 m dalla boa rossa di segnalazione; una volta all'interno dello specchio acqueo portuale dovranno mantenersi ad una distanza non inferiore a 200 m dalla zona interessata dai lavori nonchè dalle immersioni subacquee ed a velocità di governo minima onde evitare formazione di moto ondoso all'interno del bacino portuale (Ord. n° 92/01 e successive modifiche di Circomare Piombino).




Servizi di interesse pubblico

Autorità marittima:
Ufficio Circondariale Marittimo p.le Premuda, 19 tel. 0565 221000/224240 - E-mail: piombino@guardiacostiera.it www.guardiacostiera.it/piombino
Carabinieri: loc. Cotone, 75 tel. 0565 224403
Dogana: p.le Premuda tel. 0565 224380
Enti turistici: Agenzia Valorizzazione Turistica v. Francesco Ferruccio, 4 tel. 0565 20852
Guardia di finanza: p.za S. Agostino, 3 tel. 0565 32468
Ospedale: Ospedale di Piombino - disponibilità media
Polizia: p.le Premuda tel. 0565 36371
Pronto soccorso: Pubblica Assistenza Riotorto v. delle Scuole, 15 tel. 0565 20873 Servizi portuali: Autorita Portuale Piombino p.le Premuda, 13 tel. 0565 223268
Corporazione Piloti del Porto p.le Premuda, 30 tel. 0565 225535
Gruppo Ormeggiatori del Porto p.le Premuda, 28 tel. 0565 224384. Porto Turistico Marina di Salivoli, v. Salivoli, 11 - 57025 Piombino (LI) - tel. 0565 42809 fax 0565 42824.
Autorità Portuale Piombino: sede p.le Premuda 6/a tel. 0565 229210 fax 0565 229229 E-mail:info@porto.piombino.li.it; http://www.porto.piombino.li.it
Taxi: p.za Niccolini tel. 0565 226060
p.za Gramsci tel. 0565 226080
Ufficio Postale: v. Volta, 26 tel. 0565 225811
Navigazione Marittima: Toremar p.le Premuda, 13 tel. 0565 226328
Elbaferries p.le Premuda, 13 tel. 0565 33007
Navarma loc. Fiorentina, 12 tel. 0565 276077


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Informazioni utili

Come raggiungerlo via terra

In treno: la ferrovia arriva direttamente sul porto, la linea Piombino Marittima - Campiglia è collegata alla linea Genova - Pisa - Roma e quindi all'Itinerario E 80 la Coruna - Narbonne - Ventimiglia - Roma con diramazioni a Pisa per Firenze - Lucca - Pistoia e Bologna.
In auto: da N, autostrada A12 fino a Rosignano, proseguire su E80 fino all'uscita Piombino, seguire le indicazioni porto. Da S, E80 direzione nord, uscita Piombino, seguire le indicazioni porto.
Parcheggi pubblici: gratuito per 2 ore all'aperto 400 posti
Parcheggi privati: all'aperto 800 posti
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La storia

All'inizio del IX secolo d.C. il Mediterraneo occidentale era, come è stato detto, "al servizio dell'islam": si trovava cioè nella fase in cui la civiltà europea era costretta a soccombere di fronte a quella irresistibile avanzata musulmana che solo un paio di secoli più tardi avrebbe esaurito la sua spinta. Fu proprio durante un'incursione araba sulle coste tirreniche che Populonia, la città di origine etrusca, venne assalita e distrutta. Era l'809 d.C., e la tradizione vuole che l'eredità del vecchio centro si sia trasferita alla zona meridionale del promontorio antistante l'Isola d'Elba, zona su cui un nuovo insediamento sorse, in stretta relazione con l'antico Porto Falesia (ora Portovecchio), già scalo del ferro che veniva dalle miniere elbane.

Non siamo in grado, in verità, di stabilire con precisione se il borgo sia nato davvero dal nulla o se invece, più semplicemente, abbia ricevuto un sensibile impulso alla crescita per effetto delle sfortunate vicende di Populonia: il IX e il X sono infatti i 'secoli oscuri' della storia di Piombino, per la scarsità e la frammentarietà delle notizie pervenuteci. Solo dopo l'anno Mille le testimonianze sono tali da permettere una ricostruzione un po' più dettagliata della dinamica degli insediamenti. Intorno alla metà dell'XI secolo, sul promontorio erano disseminati alcuni nuclei in rapporto fra loro nella parte settentrionale, i resti di Populonia e il ricco monastero di San Quirico; più a sud, un altro monastero, quello di San Giustiniano di Falesia (fondato in torno al 1022 dai Gherardesca), la Rocchetta, sulla quale il monastero estendeva la sua giurisdizione, e lo scalo di Portovecchio. Da un lato, dunque, c'era il borgo affacciato sul mare, che coltivava la sua naturale vocazione commerciale; dall'altro il monastero, da cui il borgo dipendeva, e che era attratto invece verso l'entroterra e la coltivazione del suolo, venendo in ciò a contrastare con le ambizioni dei signori feudali e con l'altra e ben più forte istituzione monastica, quella di San Quirico.

Questa realtà bipolare si situò in un gioco d'interessi che animavano un territorio certo ristretto, eppur strategicamente importante, se è vero che sul luogo non avrebbe tardato a farsi sentire l'egemonia di Pisa, città che conosceva in quei secoli una forte espansione commerciale e territoriale. Si conoscono le fasi del passaggio all'area d'influenza pisana: nel 1114 e nel 1135 l'abate di San Giustiniano cedette alla Chiesa pisana (all'opera della Cattedrale prima, all'Arcivescovo poi) il castello e la corte di Piombino, mentre alcuni decenni più tardi (1162) un breve imperiale sancì, se non l'acquisto, almeno una forma di protettorato sul luogo da parte della repubblica marinara di Pisa. Che non si trattò di una vera e propria conquista lo si desume dal fatto che Piombino poté ugualmente organizzarsi a comune, sviluppare le proprie istituzioni ed ampliare, pur entro il sistema pisano, la sua rete di traffici, consistenti soprattutto nello smercio del ferro dell'isola d'Elba, del grano di Maremma e del sale prodotto poco oltre i confini urbani. Tra la fine del XII e la metà del XIII secolo Piombino divenne il secondo principale attracco della repubblica marinara. E' certo comprensibile il continuo interesse pisano per il territorio di Piombino, poiché le caratteristiche geografiche e le peculiarità ambientali di questo ne facevano un supporto strategico davvero prezioso per l'economia e la potenza militare della repubblica. Inattaccabile via mare, per le coste alte e rocciose, l'area piombinese presentava un immediato entroterra paludoso e scarsamente praticabile; inoltre, la presenza del lago di Rimigliano a nord, e dell'esteso stagno (o palude) di Falesia a sud, rendevano il borgo difficilmente raggiungibile anche via terra. A questa sorta di 'isolamento' geografico corrispondeva una situazione politica anch'essa poco assimilabile a quella dei coevi comuni maremmani; Piombino rimase tutto sommato ai margini delle lotte per il controllo della Maremma della prima metà del XIII secolo, potendo soltanto offrire il proprio appoggio alla dominante nel contrastare il potere di Massa nella pianura. Anche nell'aspetto istituzionale la vicenda di Piombino, in questo periodo, presenta sue proprie specificità: è sì un comune, ma non possiede tutte le 'libertà' dei comuni cittadini, né la sovranità completa su un territorio; e, del resto, non può essere definito un comune rurale o di contado, per la sua stessa collocazione geografica e per l'originaria dipendenza dall'arcivescovo pisano.

Alla fine del '200, con la crisi e la decadenza di Pisa (soprattutto dopo la sconfitta della Meloria ad opera di Genova, nel 1284), anche Piombino attraversò un periodo di difficoltà interne, mentre l'allentarsi del controllo pisano provocò l'insorgere di violente lotte di fazione: un tentativo guelfo di impadronirsi della città fu tempestivamente sventato da Guido da Montefeltro nel 1289. Forse proprio a causa della situazione critica in cui versava Pisa allo schiudersi del XIV secolo, nonostante questi episodi di ribellione, Piombino non perse quella sua caratteristica di 'comune federato' con la città dominante che era venuto assumendo nei secoli precedenti.

Rimase intatto il rapporto di subordinazione (testimoniato con sicurezza dalla presenza, almeno dal 1248, di un rettore pisano), ma si definirono con altrettanta precisione spazi d'autonomia politica ed economica. La comunità piombinese provvide, lungo tutto il '300, a redigere autonomamente i propri statuti, che prevedevano, accanto al Capitano, gli Anziani, il Consiglio Minore e il Senato, composto d'undici membri. Il giudice piombinese, inoltre, svolgeva giurisdizione d'appello per alcune cause sottoposte in prima istanza ai giusdicenti del contado.

Questa marcata autonomia si accentuò nella seconda metà del XIV secolo; la concessione di privilegi fu la strada scelta da Pisa, ormai in decadenza irreversibile, per evitare la possibilità di tumulti da parte del luogo soggetto. Nel 1370, al culmine di lotte per la supremazia in Maremma, Giovanni dell'Agnello, un mercante pisano, concepì un piano per insignorirsi di Piombino e di un territorio che andava grosso modo da Campiglia a Castiglione della Pescaia; il tentativo fallì, ma le agitazioni piombinesi si riacutizzarono pochi anni dopo, nel 1374, allorché si rese necessario l'intervento di repressione dello stesso Benedetto Gambacorti, figlio di Pietro, capo della fazione dominante a Pisa. Ancora una volta, tuttavia, la scelta pisana fu quella della prudenza: sospesi i processi contro i colpevoli di ribellione, fra il 1386 e il 1389 Pisa fece ulteriori concessioni in campo fiscale a vantaggio di Piombino. La situazione doveva di li a poco conoscere una svolta che avrebbe condizionato la storia della città per diversi secoli successivi: il nuovo signore di Pisa, Gherardo d'Appiano, il cui padre Jacopo aveva nel 1392 rovesciato il governo dei Gambacorti, cedette a Gian Galeazzo Visconti il dominio della repubblica marinara e tenne per proprio conto il territorio di Piombino, con Populonia, Suvereto e Scarlino. Si inaugurava così, nel 1399, il dominio degli Appiani, che si sarebbe protratto ininterrottamente, tranne alcune parentesi, fino al terzo decennio del XVIII secolo.

Il potere concentrato in un ristretto nucleo di persone fu concomitante all'emancipazione di esse dall'autorità signorile: si può individuare l'inizio di tale processo nella Convenzione del 1451 (confermata e ampliata da Cesare Borgia l'8 settembre 1501) fra Emanuele Appiani e la comunità; essa conteneva una serie di concessioni chiaramente a favore dell'economia rurale, sanciva privilegi per i cittadini sopportanti gravezze reali e personali e confermava la supremazia di Piombino sul resto dello Stato. Per la classe dirigente piombinese, infatti, era ormai tramontato il periodo aureo delle fortune marinare e mercantili (in forte sviluppo agli inizi del XV secolo), e le attività principali erano diventate quelle dell'allevamento e dello sfruttamento delle proprietà comuni. Le cause di questo processo di avvicinamento alla terra come fonte primaria delle attività economiche sono riconducibili ad avvenimenti esterni, come la resa di Pisa a Firenze nel 1406 e soprattutto l'acquisto, ancora da parte di Firenze, di Livorno e Porto Pisano nel 1421: questi fatti fecero venir meno ogni ipotesi di sviluppo mercantile e marittimo, tagliarono fuori Piombino dalle vie commerciali fiorentine e la resero scarsamente interessante anche per Siena, che disponeva di altri sbocchi al mare. A ciò va aggiunto il grave problema della pirateria, costante minaccia per il commercio marittimo piombinese. Nonostante ciò, la città conobbe nel secolo XV il suo massimo sviluppo artistico e i momenti più brillanti della signoria degli Appiani


Solo nel 1507, comunque, Piombino ebbe il riconoscimento ufficiale di "Signoria"; Jacopo IV d'Appiano, assieme al titolo di Signore della città e dello Stato, accettò la protezione e il governo delle armi spagnole in Toscana. NeI 1509 lo Stato venne eletto feudo nobile dell'Impero e infine, nel 1594, fu trasformato in Principato libero e franco del Sacro Romano Impero. Con donna Isabella (1611-1628) ebbe termine il governo degli Appiani. Nel 1628 il re di Spagna Filippo IV assunse l'investitura dello Stato piombinese e a niente valsero i reiterati tentativi di riprendersi il principato da parte di alcuni rami cadetti della famiglia Appiani. Nel 1634 il principato venne "comprato" da Niccolò Ludovisi, principe di Venosa, che in seconde nozze sposò Polissena Mendoza Appiani, figlia dell'ultima principessa di Piombino. Iniziò così il dominio dei Ludovisi che continuerà fino ai primi del '700 con i principi Giovan Battista, Olimpia e Ippolita.

Come in passato, la particolare attenzione che gli stati italiani rivolsero a Piombino è da ricondursi alla sua collocazione geografica, favorevole per il controllo del mare toscano e di una delle vie d'accesso marittimo nella penisola, ma anche all'insieme delle sue risorse, prima fra tutte lo sfruttamento della vena del ferro. Durante il '500 Piombino conobbe la ristrutturazione del proprio apparato difensivo e della sua architettura militare, culminata nel 1555 con la realizzazione della fortezza medicea, per ordine del duca di Toscana Cosimo I de' Medici su un progetto di ampliamento di un preesistente cassero quattrocentesco, ad opera dell'architetto G.B. Camerini.

Nel corso dei secoli XVI e XVII il divario tra l'importanza strategica e militare da un lato, e la consistenza economica, demografica e politica dall'altro, andò sempre più accentuandosi.

Alla situazione di 'rifeudalizzazione' delle istituzioni e delle strutture politiche in generale, e di vera e propria crisi demografica, fece riscontro un parallelo processo di riassetto in senso feudale della proprietà terriera, che si estese su un retroterra economico ancora di modeste dimensioni. Accanto agli acquisti di terre troviamo così acquisizioni di reagalìe e diritti tipicamente feudali, mentre nessuna traccia si ha di processi innovativi nelle tecniche di produzione e nell'utilizzazione del suolo. Ci fu sicuramente un ampliamento del pascolo sul territorio dello Stato, con una relativa diffusione del bestiame, soprattutto minuto, ma in un quadro agricolo-pastorale ancora chiara mente primitivo. La proprietà comunitativa e l'antica proprietà signorile, comprendente sia pascoli e terreni lavorativi che paludi e macchie, subirono una forte erosione ad opera della proprietà privata (laica ed ecclesiastica). A questo processo di redistribuzione fondiaria l'aristocrazia piombinese partecipò solo in veste di piccola e media proprietaria, specializzata nella cerealicoltura e nell'allevamento del bestiame; le proprietà più estese furono appannaggio degli enti ecclesiastici e di forestieri.

Fonte di reddito quasi esclusiva dei principi restarono le attività legate al ferro e all'allume, nonché le attività marittime, come aspetto queste ultime. della politica internazionale dello stato. In mezzo alla descritta situazione di stagnazione politica ed economica appaiono come elementi di innovazione tutti i tentativi che furono fatti alla fine del secolo XVII, durante il principato di G.Battista Ludovisi, per dare nuovo impulso ai traffici e all'andamento demografico e per il riordinamento dello stato. Sono di questi anni, infatti, l'Editto sul Porto Franco (emanato per la prima volta nel 1677), che offriva facilitazioni fiscali per lo scalo di merci a Piombino, l'Editto sugli Ebrei (1695) per favorire l'immigrazione ebraica nello stato e quindi incrementare la popolazione e il commercio, le opere di miglioramento delle attrezzature portuali, i progetti per l'impianto di nuove manifatture e la riorganizzazione della zecca.

All'alba del secolo XVIII la dinastia dei Ludovisi si estingueva e la guida del Principato passava ad un ramo del nobile casato romano dei Boncompagni. Questo cambiamento verificatosi sulla scena politica non si accompagnò, tuttavia, almeno nell'immediato, ad un miglioramento della situazione generale del piccolo Stato, che, anzi, proprio nei primi decenni del '700 vide ulteriormente avanzare il suo declino, come testimoniato anche dal saccheggio delle prime case della città operato nel 1726 da corsari maltesi e barbareschi, facilitati nella propria impresa dall'ormai pessimo stato delle mura sui lato del mare.

Bisognò attendere fino circa alla metà del '700, quando in tutta Europa si vennero a creare condizioni più favorevoli ad una inversione di tendenza, perché anche il principato di Piombino mostrasse i primi sintomi di un certo risveglio, ravvisabile in particolare in una espansione dei traffici marittimi e in un andamento demografico crescente. Tale periodo di ripresa, che si protrasse per tutta la seconda metà del '700, coincise sotto il profilo politico con i due principati di Don Gaetano e del figlio Don Antonio i quali, pur dimorando lontano da Piombino, furono capaci da far sentire anche qui, in qualche misura, gli effetti delle spinte modernizzatrici ed illuministiche dei nuovi tempi. Ma a questi segnali di risveglio della vita cittadina e degli scambi marittimi faceva riscontro il gravissimo stato di dissesto idraulico delle campagne circostanti. Esso era il frutto di un processo di degradamento di lungo periodo, avviatosi nell'alto medioevo e intensificatosi, così come in tutta la Maremma toscana, a partire alla fine del '500, in conseguenza della successiva recessione agricola e demografica, e della pressoché assoluta mancanza di iniziative bonificatorie, che neppure sotto gli ultimi Boncompagni-Ludovisi trovarono completa attuazione.

Una autentica ondata di rinnovamento investi Piombino nei primi anni dell' 800 quando, dopo la conquista francese, il piccolo stato fu dapprima aggregato direttamente all'Impero napoleonico, poi concesso insieme a Lucca ad Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone, ed al marito Felice Baciocchi.

In tale periodo furono avanzati importanti progetti per il risanamento idraulico del territorio e per l'escavazione del Porto Vecchio, seppure entrambi rimasti irrealizzati per il rapido esaurirsi della parabola napoleonica. Certo è che la stagione francese portò a Piombino un profondo risveglio della società civile e della vita urbana, al punto che in questi anni la città si meritò, significativamente, l'appellativo di 'piccola Parigi'.

Con la caduta di Napoleone le sorti di Piombino passavano sui tavoli dei diplomatici europei riunitisi al Congresso di Vienna nel 1815. Nonostante i reclami di Luigi Boncompagni-Ludovisi per riottenere la sovranità sul promontorio, fu stabilito che tutto il territorio dell'ex-principato fosse annesso interamente al granducato dì Toscana dietro corresponsione di un indennizzo ai vecchi sovrani. Nel 1860 nel granducato - Toscana, e quindi anche l'antico territorio dell'ex principato di Piombino, si unirono al regno d'Italia di Vittorio Emanuele II.

Da quella data iniziò per Piombino una nuova era di lavoro e di sviluppo, con l'insediamento degli impianti siderurgici che avrebbero fatto di Piombino uno dei maggiori centri industriali d'Italia. Conseguenza diretta fu l'enorme sviluppo urbano e demografico, fino agli attuali 35.000 abitanti.
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10.06.2015
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65001