Come le missioni di pace si trasformano in guerra

'La verità è la prima vittima di ogni guerra”. Non ha dubbi il generale Fabio Mini, direttore dell'istituto di ricerca News Strategy e comandante per un anno con l'esercito italiano dell’operazione di peacekeeping della NATO in Kosovo. “La verità muore prima dell’inizio di ogni guerra e i comportamenti ipocriti legati alle dinamiche che stanno intorno ad ogni conflitto armato permettono di aggirare - come è successo sempre più spesso negli ultimi anni - le regole del diritto internazionale. E’ anche per questo motivo che le cosìddette missioni di pace si trasformano sempre più spesso in vere e proprie missioni di guerra”.
Sollecitato da Gad Lerner, conduttore del meeting sui diritti umani, Mini ha dato anche un’interpretazione chiara sul filmato trasmesso da Rai News 24 sulla 'battaglia per i ponti’ sostenuta due anni orsono dall’esercito italiano a Nassiryia. “Il video rappresenta una battaglia e se le parole hanno ancora un senso una battaglia è un’azione di guerra e non un’operazione di pace. Fra i nostri soldati non ci sono pacifisti o portatori di fiori, ha continuato Mini, e al di là degli scopi che rimangono sempre umanitari e al di là dello scopo principale che rimane la pace, i soldati devono essere pronti ad affrontare la guerra e se non c’è la guerra un combattimento potenziale o altrimenti il rischio che comunque rimane altissimo.” Con il generale Mini è intervenuto il professor Andrea De Guttry, direttore della divisione alta formazione della Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa ed esperto internazionale di peacekeeping. “Nelle zone di guerra esiste uno spazio straordinario per l’opera dei volontari internazionali e per i cosiddetti peacekeepers. E’ necessario però un altissimo livello di formazione perché non c’è niente di peggio che andare in un posto per aiutare le persone in difficoltà e trovarsi invece a fare danni. Vanno inoltre rafforzate tutte le potenzialità offerte dalle persone attive localmente nei territori colpiti dai conflitti. Sono sempre più necessarie – ha concluso De Guttry - per rafforzare un contesto utile per la costruzione della pace.” Ed è proprio questa la missione che si è data la Scuola Superiore di Sant’Anna con il master universitario in diritti umani e gestione dei conflitti che ha l’obiettivo di formare personale altamente qualificato e specializzato per la partecipazione ai programmi e agli interventi promossi dalle organizzazioni nazionali, internazionali e non governative, ed orientati alla difesa e promozione dei diritti umani, con particolare riferimento a situazioni di conflitto e post-conflitto.

Aggiornato al:
02.12.2008
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