Comune di San Miniato (Pi)

  Località della strage San Miniato data 22 luglio 1944



Elenco delle vittime

58 vittime: 24 uomini (4 bambini, 9 adulti, 7 anziani, 4 s.i.a.) e 34 donne (3 bambine, 16 adulte, 9 anziane, 6 s.i.a.).
Antonini Eletta, 78 anni
Antonini Teresa, 83 anni
Arzilli Giuseppe, 65 anni
Arzilli Giuseppina, 55 anni
Barusso Sergio, s.i.a
Bellini Benedetta, 72 o 76 anni
Bernetti Anna, 49 anni
Bertucci Giuseppe, 25 anni
Boldrini Zemira, 52 anni
Bonistalli Livia (nata Sgherri), s.i.a
Brotini Emilia, 80 o 81 anni
Brotini Silvana, 14 anni
Capperucci Anna, s.i.a
Capperucci Dino, 14 anni
Capperucci Sonia, 24 anni
Cassella Lidia, 19 anni
Castulli Andreina, 41 anni
Ceccatelli Giulia, s.i.a
Chelli Carlo, s.i.a
Chiefari Nicola, 23 anni
Ciulli Angiolo, 70 anni
Criachi Quintilia, 74 anni
Del Bravo Renato, 54 anni
Faraoni Vittorio, s.i.a
Fontana Bruna, 19 anni
Fontana Zemira, s.i.a
Franchi Agar, 52 anni
Gasparri Francesco, 17 anni
Giani Bianca, s.i.a
Giglioli Annunziata, 80 anni
Gori Cesare, 83 anni
Guerra Ugo, 35 anni
Guerrera Francesco, 23 anni
Lombardi Marisa, 13 anni
Mangiorfi Emilio, s.i.a.
Mangiorfi Ferdinando, 49 anni
Mangiorfi Maria, 49 anni
Mazzi Armando, 69 anni
Mazzi Francesca, 39 anni
Mazzi Gina, 29 anni
Micheletti Quintilia, 52 anni
Mori Massimo, 78 anni
Nannipieri Antonietta, 73 anni
Razzauti Emilio, 56 anni
Ruggini Carlo, 59 anni
Scardigli Adriana, 9 anni
Scardigli Corrado, 13 anni
Scardigli Lilia, 21 anni
Scarselli Ida, s.i.a.
Sottani Piero, 14 anni
Sottani Reno, 20 anni
Spagli Amelia, 57 anni
Taddei Ersilia, 72 anni
Tafi Santina, 55 anni
Tomei Vincenzo, 12 anni
Valleggi Giuseppa, 55 anni
Volpini Rino, 55 anni
Volpini Vittoria, 23 anni

Descrizione

Nel 1944 la prossimità del fronte costa a San Miniato un luglio estremamente teso.
Il paese, ingrossato di circa un terzo a causa dell'affluenza degli sfollati, è minacciato in primo luogo dalla strategia tedesca della ritirata aggressiva. San Miniato si trova nella zona di competenza della III Divisione Granatieri Corazzati, subordinata al XIV Corpo d'Armata Corazzato di Von Senger, cui era stata affidata la sorveglianza del fronte da Terrafino a Montelupo Fiorentino. Il paese, posto sulla sommità di un colle che domina la piana dell'Arno, è individuato come un luogo di importanza strategica, da tenere fino alla ritirata sulla "Linea Heinrich", a sud del fiume, predisposta per i giorni 17 e 18 luglio.
Nella zona operano tre formazioni partigiane che, nel periodo compreso fra il 7 giugno e il 18 luglio, si rendono protagoniste di alcune azioni e dell'uccisione di tre militari tedeschi. Inoltre, già dal 19 luglio il 337° battaglione d'artiglieria, che opera al seguito della 88ma Divisione di fanteria della V Armata americana, è attestato pochi chilometri a sud, in vista della cittadina.
Da numerose testimonianze raccolte subito dopo la liberazione sembra che i tedeschi avessero sviluppato nei confronti della popolazione una rabbiosa diffidenza, mista al risentimento per un'attività partigiana ancora impunita e verso la quale la complicità dei civili era data quasi per scontata. Il 17 luglio l'ordine di evacuazione applicato al territorio intorno al fronte è disatteso dalla popolazione. Il 18 un ufficiale tedesco rimane ucciso in uno scontro. Come forma di rappresaglia immediata i tedeschi arrestano 13 persone, rilasciandole in un secondo tempo, e dal giorno 19 minano e fanno saltare in aria circa la metà delle abitazioni del centro storico.
Il 22 luglio, a partire dalle 6 della mattina, i pochi soldati tedeschi rimasti a San Miniato impongono alla popolazione riparata nei rifugi e negli stabilimenti religiosi il concentramento nelle piazze di San Domenico e del Duomo. Nelle ore seguenti, all'interno della cattedrale si trova raccolto circa un migliaio di persone. Pare che l'originario progetto di separare anziani, donne e bambini dagli uomini sia rimasto eluso. I prigionieri del Duomo sono sorvegliati dal prato antistante. Alle domande dei rastrellati sulle ragioni di tale concentramento, i tedeschi non forniscono risposte fra loro coerenti: la protezione della popolazione dall'imminente scontro con gli americani o dall'esplosione delle mine, la volontà di proteggersi le spalle nella ritirata da attacchi partigiani, il transito di altre truppe in paese, lo sfollamento. Le giustificazioni addotte si rivelano fragili ad un attento esame: nessuna deportazione poteva avere luogo, vista l'assenza di automezzi; le mine erano state piazzate nei giorni precedenti; non ci fu la grande battaglia, dalle cui conseguenze, comunque, i tedeschi non si sarebbero preoccupati di difendere i civili e per lo stesso motivo risulta incredibile che gli occupanti volessero difenderli da un previsto cannoneggiamento alleato. Neppure l'esigenza di proteggere la propria ritirata mediante una evacuazione della zona è del tutto credibile, visto che la maggior parte dei tedeschi aveva già abbandonato il paese.
Le testimonianze dei civili chiusi in Duomo sono concordi nell'attribuire ai tedeschi di guardia una frenetica consultazione dell'orologio; divergono invece circa la chiusura delle porte di ingresso e i suoi tempi. Sembra tuttavia che verso le 10, poco prima dello scoppio letale, il portone principale fosse serrato. Nessun tedesco si trova dentro la cattedrale.
Verso la stessa ora il fitto fuoco dell'artiglieria americana colpisce il Duomo. Cadono polvere e calcinacci, crolla il tetto della sagrestia. A questo punto le testimonianze si fanno ancor più difficili da comporre: secondo alcuni il caratteristico sibilo dei proiettili accompagna tutte le esplosioni, secondo altri lo scoppio letale è distinto dai precedenti per rumore e intensità.
Da subito le versioni sull'accaduto si moltiplicano. La maggior parte della popolazione attribuisce la responsabilità della strage agli occupanti tedeschi, dividendosi nel ricostruire l'esatta modalità: per taluni si è trattato di cannonate mentre per altri si tratta di un ordigno piazzato di nascosto dai tedeschi. Taluni addirittura denunciano la complicità del vescovo di San Miniato Ugo Giubbi, il quale, in assenza delle autorità civili che si erano dileguate da giorni, era l'unico interlocutore riconosciuto dai tedeschi: anche quella mattina si erano rivolti a lui perché agevolasse l'ordine di concentrazione della popolazione nei due punti prefissati. Secondo altri, invece, la granata proveniva dai colpi delle batterie americane.
Le inchieste

Le inchieste avviate sono tre: l'indagine preliminare del 362° reggimento di fanteria statunitense, la successiva inchiesta promossa dal comando generale della V Armata e l'inchiesta commissionata dal sindaco della cittadina a ridosso della liberazione. Tutte si pronunciano per la premeditazione tedesca, escludendo però ogni tipo di collaborazione da parte del vescovo. In particolare, la prima indagine americana si conclude il 28 luglio 1944 con un rapporto firmato dal capitano Ruffo che individua l'origine della strage in una bomba a scoppio ritardato. La commissione per i crimini di guerra nominata il 10 agosto 1944 raccoglie 8 nuove testimonianze, le allega al vecchio fascicolo facendo implicitamente proprie le precedenti conclusioni e le invia al quartier generale quattro giorni dopo. Il nuovo rapporto è approvato il 16 settembre 1944. Il fascicolo attraversa poi diverse strutture giudiziarie statunitensi rimanendo temporaneamente sospeso in attesa della definizione della "politica a riguardo del processo per i casi italiani". Il 5 dicembre 1946 l'ufficio del Judge Advocate del Mediterranean Theatre of operations US Army decideva di chiudere il caso. Trasmesso alle autorità giudiziarie italiane, il fascicolo era definitivamente archiviato dal procuratore generale Santacroce nel 1960. Rimasto chiuso nell'armadio della vergogna per oltre trent'anni, esso è ora custodito presso l'archivio del Tribunale Militare di La Spezia.
Il silenzio degli americani sull'esito dell'indagine fa costituire al sindaco di San Miniato Emilio Baglioni una commissione d'inchiesta comunale (settembre 1944). In 10 mesi la commissione raccoglie una vasta documentazione (tra cui numerose testimonianze orali e le consulenze offerte da due tecnici militari), la assembla e la trasmette a Carlo Giannattasio, giudice del tribunale di Firenze. Il 13 luglio 1945, nella relazione conclusiva, Giannattasio si pronuncia per l'ipotesi di una granata sparata dai tedeschi contro il Duomo. Attribuisce a un fumogeno americano il reperto di una spoletta statunitense ritrovata nella cattedrale.
Nel 1954, al contrario, il canonico Enrico Giannoni avanza con convinzione la tesi di una granata americana. Egli ricostruisce per primo la presunta traiettoria del proiettile, smontando la tesi ufficiale avallata dal giudice fiorentino e sostenuta dalle istituzioni locali. In tempi più recenti le argomentazioni del canonico sono state riprese da Paolo Paoletti che, analizzate testimonianze e perizie, ne sottolinea varie incongruenze e abbraccia convinto la tesi della "responsabilità dolosa" dell'artiglieria americana. Anche Giuliano Lastraioli e Claudio Biscarini condividono questa opinione, rafforzata nel loro caso dal ritrovamento di nuovi documenti statunitensi. Questi dimostrano che la Cattedrale, il 22 luglio, fu fatta segno di una pioggia di 51 proiettili statunitensi M48: data la compatibilità col modello di spoletta rinvenuto in Duomo, i due storici ritengono che tra quelle granate vi fosse il proiettile responsabile della strage.
Al contrario, l'ipotesi della colpevolezza di una bomba tedesca a scoppio ritardato è sostenuta da Paolo Pezzino: "rimangono in piedi, a mio avviso, sia l'ipotesi della granata americana, sia quella della bomba a scoppio ritardato piazzata precedentemente in chiesa dai tedeschi. Se le contraddizioni fra le testimonianze, comprensibili ma difficilmente sanabili, non permettono di sciogliere definitivamente il dilemma fra queste due ipotesi, il contesto generale mi fa comunque ipotizzare che sia stata compiuta dai soldati tedeschi una deliberata rappresaglia sui civili di San Miniato". Il contesto cui Pezzino fa riferimento è quello storico dell'occupazione tedesca, per la ricostruzione del quale non possono essere ignorati né i severi ordini impartiti da Kesselring per la repressione dell'attività partigiana in prossimità della Gotica, né la costellazione dei rastrellamenti e delle stragi che si dispone intorno all'Arno Stellung.
L'assenza di un definitivo elemento probante mantiene tuttora aperto il conflitto interpretativo.
Responsabili
Tedeschi
Le carte della situazione dei reparti della XIV Armata tedesca permettono di individuare con una certa precisione le unità presenti sul territorio di San Miniato nei giorni compresi tra il 15 ed il 25 luglio 1944: si tratta di unità dell'8° Reggimento granatieri motorizzato e del 103° Reparto esplorante corazzato. Entrambi i reparti appartenevano alla 3. Panzergrenadier Division, formazione ordinaria della Wehrmacht che dall'estate '43 era stata coinvolta in vari episodi di rastrellamento, rappresaglia e vendetta nei confronti della popolazione civile in Campania, Lazio, Umbria e Toscana. Italiani
L'accusa al vescovo Giubbi, sospettato di complicità con i tedeschi da alcuni parenti delle vittime subito dopo la liberazione, è stata ripresa da ambienti a lui ostili ma giudicata priva di fondamento da Giannattasio e mai sostenuta a livello di istituzione. Una recente commissione di storici e studiosi che ne ha ricostruito la figura esclude definitivamente qualsiasi connivenza del prelato con gli occupanti.

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Aggiornato al:
06.02.2009
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581687