Aggiornamento in: Ambiente Mare

Una storia vera: la balena di San Rossore

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Una giornata fresca e ventilata, il mare mosso viene interrotto da brevi e periodici spruzzi d’acqua, di origine inconfondibile: è una balena. Sullo sfondo Follonica, per l’ennesima volta un grande cetaceo viene avvistato in questo tratto di mare a poca distanza dalla riva. L’ultimo avvistamento celebre, era capitato a Marina di Pietrasanta, molto più a nord,  lo scorso 27 agosto, quando una Megattera di grandi dimensioni aveva iniziato piroettiche evoluzioni a 300 mt dalla riva magnetizzando l’attenzione di bagnanti e pedalò per ore.
Ma questa volta è diverso, questa Balena è speciale, e nessuno immagina quanto, nemmeno il fotografo che riesce a immortalarla da una imbarcazione che la segue per un po’ per catturarne immagini ed emozioni inedite. E’ una buona nuotatrice e può mantenere per un tempo sostenuto una velocità di 14 nodi (25km/h), ma il suo ritmo di nuoto è assai più lento (circa 4 nodi). Appare e scompare sulla superficie del mare, ad intervalli regolari soffiando dallo sfiatatoio posto sulla testa e mostrando contemporaneamente la sua pinna dorsale, permettendo poi la sua successiva identificazione.

E’ il 16 gennaio e le foto testimoniano un esemplare in salute che procede verso nord attraversando il Golfo di Follonica. Solo una settimana dopo lo stesso esemplare è avvistato il 23 gennaio fuori la spiaggia del Gombo a 9 chilometri da Pisa, e nel pomeriggio arriva fino al largo del porto di Viareggio, dove viene nuovamente avvistato e fotografato.

In sette giorni questo esemplare di circa 17 metri, compie un tragitto di circa 80 Km. Procedendo lentamente, a circa 4 nodi l’ora, l’esemplare poteva coprire la stessa distanza in 10 ore,  ma evidentemente, il suo stato di salute non è quello che sembra: rallenta, si ferma, cerca cibo per nutrirsi, non lo sappiamo, ma l’unica cosa certa è che salutato il porto di Viareggio torna indietro e punta diretta verso la foce del Serchio, un’inversione di rotta verso Sud di circa 5 Km ad una velocità inferiore ad 1 nodo per il tempo che trascorre, e aiutata forse dal moto ondoso.

E’ l’alba del 26 Gennaio, le cooperative dei pescatori di Viareggio transitano davanti alla spiaggia del Parco, e intravedono una grande carcassa, e avvertono Antonio Giuntini, funzionario dell’Ente Parco regionale di Migliarino e San Rossore.
Siamo in quella che comunemente viene chiamata Macchia di San Rossore: a nord la foce del fiume Serchio a Sud entra in mare il piccolo Fiume Morto Vecchio , il cui antico nome ben si adatta a questa particolare circostanza.

Il Re del Mare, non ce l’ha fatta, il fondale è molto basso, e la risacca esalta le sue dimensioni, a pancia gonfia in su diventa il protagonista di Radio e Televisioni per giorni e giorni. Una rassegna stampa incredibile da fare invidia ai politici di prima linea, in cui primeggia tra le prime, la foto del Presidente del Parco, che osserva impressionato l’animale, le cui dimensioni dominano il paesaggio tra la Duna e il mare. Interessanti i primi titoli dei giornali: Le ultime balene muoiono a San Rossore-  L’allarme dato da un pescatore: Spettacolo triste ed emozionante - Moby Dick si spiaggia a San Rossore - La balena era già morta? Perché? Giallo in spiaggia- Grande balena spiaggiata in Toscana - e così di seguito.

Il grande cetaceo viene battezzato con il nome di Regina, perché per il suo ultimo viaggio ha scelto l’ex tenuta reale (e poi presidenziale) di San Rossore, oggi trasformata in ente parco naturale regionale. In realtà la balena è un maschio in età adulta ed è la prima volta che sulla spiaggia del parco si arena una balena.

Altri spiaggiamenti sono avvenuti in toscana, negli ultimi decenni, e gli esemplari più famosi sono esposti nei musei toscani, come ad esempio quella custodita nella sede del Museo di Storia Naturale dell’Accademia delle Scienze di Siena, detta de’ Fisiocritici, e Annie la balenottera comune, spiaggiatasi nei pressi di Piombino nel 1990, esposta a Livorno nel Museo di storia naturale del mediterraneo.

Un’altra balenottera si è arenata lungo il tombolo della Giannella, il 24 gennaio 2008, sepolta nel Parco regionale della Maremma, in attesa di essere recuperata, per poterne esporre lo scheletro. La pratica più diffusa in passato, è stata quella di sotterrare l’animale per qualche anno, lasciare che la carcassa si decomponga e procedere poi al recupero, alla scarnificazione e pulitura per esporre lo scheletro in luoghi coperti o parzialmente coperti, per consentirne la visione al più vasto pubblico possibile.

Ma il RE di San Rossore, ha un altro destino.
Fin dal primo giorno, si capisce che il suo smaltimento a terra come rifiuto speciale, comporta una spesa notevole, a carico del Comune di San Giuliano Terme, dove  in località Stacca dei Chiurli è avvenuto lo spiaggiamento. Per la normativa nazionale nei casi di ritrovamento di carcasse interviene il Servizio Veterinario delle ASL che, dopo la constatazione di morte dell’esemplare, invia il nulla osta per lo smaltimento al Comune competente per territorio, che provvede alla distruzione della carcassa a norma di legge, trattandolo come un rifiuto speciale sanitario.

Ma questa volta a San Rossore, ci sono tutti i rappresentanti: il Ministero dell’Ambiente, la Regione Toscana, l’Arpat, l’Università di Siena, l’Università di Padova, l’Università di Firenze, i Vigili del fuoco con il nucleo subacqueo di Livorno, l’ASl competente, la Guardia Costiera, il corpo Forestale della toscana il Comune di San Giuliano, il Parco regionale di Migliarino e San Rossore, il CETUS di Viareggio, il C.I.B.M. di Livorno altri rappresentanti di Istituti di ricerca.

Il gruppo tecnico, in comune accordo, rileva che il fenomeno di spiaggiamenti di cetacei è frequente lungo le nostre coste e nell’area che fa parte del Santuario dei cetacei vivono permanentemente numerosi esemplari di balenottera comune che migrano per nutrirsi e riprodursi. In questo caso  trattandosi di un esemplare di grosse dimensioni, lo smaltimento della carcassa richiederebbe un grosso dispiegamento di mezzi, risorse ed energie da parte delle istituzioni locali (si parla di oltre 30mila euro).

Si sceglie la soluzione di affondare la carcassa in mare, attraverso un sistema apparentemente semplice dal punto di vista operativo che consente ricadute positive dal punto di vista ecologico e della ricerca scientifica. Infatti intorno alla carcassa affondata si determinano comunità di vertebrati ed invertebrati che trovano nutrimento, meritevoli di una campagna di monitoraggio data l’abbondante materia organica presente.

L’Università di Firenze, con la sezione geologia e paleontologia del Museo di Storia naturale propone alla regione di coordinare l’impresa, sulla base di un progetto di smaltimento delle carcasse e creazione di isole di biodiversità elaborato qualche anno prima dal titolo: “Whale Fall Communities nel Mar Mediterraneo”.

Si conoscono esperienze, studi e ricerche del genere svolti nel Pacifico orientale, nell’Atlantico settentrionale e in Giappone, ma per il Mediterraneo, l’Italia e la Toscana sarebbe la prima volta che questo progetto troverebbe una diretta applicazione per il RE del mare di San Rossore. Le risorse per l‘Università sarebbero messe a disposizione dal progetto Transfrontaliero GIONHA, il cui capofila è l’Agenzia regionale della Protezione ambientale della Toscana.

Il monitoraggio verrebbe svolto per qualche anno dopo l’affondamento, e viene ipotizzato anche il recupero dello scheletro per affidarlo alle strutture del Parco Regionale. Ma tutto ciò che appare semplice, in sede progettuale, si dimostra arduo e complesso nella pratica. L’esemplare il cui peso si aggira tra le 20-25 tonnellate per una lunghezza di 16,80 metri, non si sposta facilmente in acqua, e le sue condizioni con il passare dei giorni, sono quelle di una carcassa gonfia e rancida, inavvicinabile, e più volte sezionata e aperta dagli esperti per effettuare i necessari prelievi.

Il primo problema è verificare le condizioni del mare, trainare la carcassa galleggiante con un rimorchiatore, evitando che si spezzino testa e coda, e raggiungere un punto al largo a circa 10 miglia dalla costa con una profondità intorno ai 50 metri. Gli operatori, con grande sforzo e generosità, improvvisano una gigantesca imbragatura di funi e catene per consentire a questo gigantesco siluro di poter navigare e predisporre nodi e occhielli a cui poter agganciare in alto mare i pesi morti che ne garantiscano l’affondamento.

La prima traversata, ritardata dalle condizioni del mare, è già un’impresa. Da lontano un osservatore, riconosce una gran nuvola di gabbiani e altre specie volatili, che accompagna lo strano corteo funebre, così come avviene per i pescherecci che transitano lungo le nostre coste tutti i giorni.

Ma il primo tentativo non va. Corpi morti per circa 2 tonnellate non bastano per affondarla, e guardia Costiera e operatori si ritrovano un bel problema in alto mare. Occorre tornare a riva rapidamente e caricare altra zavorra, ma senza trainare la carcassa, che ovviamente per motivi di sicurezza non può restare isolata in mare. Scaturisce un dibattito radio intenso, tra burocrazia e competenze in mare, e prevale la soluzione di far partire un altro rimorchiatore, che rimarrà ancorato al cetaceo, in attesa dei nuovi pesi. L’affondamento è rinviato.

Martedì 1 febbraio, i giornali scrivono: La Balena non affonda e torna a San Rossore - Balena spiaggiata fallisce l’affondamento. L’affondamento previsto per sabato, ancora non si rende possibile, il Comune preoccupato per il lievitare delle spese, chiede aiuto e sostegno alla regione toscana con una lettera del 4 febbraio che racconta nei dettagli la difficile impresa.

Ma il giorno dopo il primo comunicato lo redige l’Osservatorio Toscano dei Cetacei della regione toscana : La balena di san Rossore ora “riposa” sul fondo del mare. Alle ore 5,30 del mattino  del 2 febbraio, l’operazione affondamento si conclude con successo, con circa 20 tonnellate di peso che l’hanno trascinata inclinata sulla coda verso l’abisso. Sono stati utilizzati blocchi cilindrici in calcestruzzo del tipo usato per la sicurezza stradale, e si incarica la Guardia Costiera di segnalarne la presenza in mare, quale ostacolo sommerso.

Il ritardo di questa segnalazione, determinerà un impatto con le reti da pesca dei pescherecci che sicuramente spostano i pesi morti sul fondo in un raggio contenuto. I giorni successivi la stampa e le televisioni dedicano ampio spazio alla notizia: tra le varie un inserto del Venerdi di Repubblica dal titolo: “Chi si mangerà la Balena Spiaggiata”, ed una puntata di Geo&Geo RAI 3 del 24 febbraio.

Ma la storia continua. L’Osservatorio costituisce un apposito Gruppo di lavoro in Regione toscana, in cui coordinare le attività di ricerca di tutti i soggetti coinvolti, e il lavoro non manca, visto che il primo sopralluogo effettuato con battello oceanografico di ARPAT, con l’ausilio di un sidescansonar e un piccolo robot teleguidato non produce gli effetti desiderati, sia per le condizioni del mare, che per l’illuminazione insufficiente, che consente solo l’identificazione di alcuni pesi morti posti sul fondo.

Il 9 marzo, si apre un altro capitolo, arrivano le prime notizie ufficiali del Referto sulla balenottera comune, di sesso maschile e di età ancora non rilevata: era affetta da infezione da morbillivirus e toxoplasma condii. Le analisi sono state effettuate dall’Unità di Intervento Nazionale per la gestione di spiaggiamenti straordinari, istituita dal Ministero dell’Ambiente presso la Facoltà di Medicina Veterinaria di Padova, condotte in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Ma la balena non stava bene per niente, il suo stato di salute era compromesso da una ridotta funzionalità del rene e da un digiuno prolungato.

Inoltre, l’intensa parassitosi cutanea, sostenuta dal genere Pennella, associata a reazioni infiammatorie e infezioni secondarie, indicano un quadro di debilitazione del soggetto e una possibile immunodepressione. Nessun segno di collisione con natanti e con attrezzi da pesca. Lo spessore del blubber (strato di grasso vascolarizzato sottocutaneo) è di 4,2 cm contro il minimo di 6 cm, valore di riferimento per questi esemplari.

Il RE del mare rivela ancora una parte della sua storia misteriosa: l’allarme morbillivirus nel Santuario era partito dalla Spagna nel 2007 dove si erano spiaggiate 40 stenelle: il virus si manifesta con una depressione del sistema immunitario e gli animali smettono di nutrirsi, fino a morire.

Ma la scelta dell’affondamento in mare, apre nuovi scenari, per il RE, che farà ancora parlare di sé, in futuro. Qui comincia la seconda vita delle balena, che contribuirà alla nascita di un ricchissimo ecosistema, di cui ora attraversiamo la prima fase, in cui squali e granchi spazzini, rimuovono gran parte del tessuto adiposo, Questa fase dura circa 2 anni e vede coinvolte numerose specie. Ma questa è un’altra storia.
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1 Il Fiume Morto è un antico corso d'acqua che continua a rivestire un'importanza rilevante sia dal punto di vista ambientale e paesaggistico sia per la funzione idraulica che svolge nella pianura settentrionale pisana. Questo corso d'acqua caratterizza in modo particolare la Tenuta di San Rossore, delimitando il confine tra i Comuni di Pisa e San Giuliano Terme. Il suo valore naturalistico si esprime con alcune peculiarità floro-faunistiche che qui trovano il loro habitat naturale. Nella sua parte finale il Fiume Morto Vecchio si introduce nel sistema dunale costiero che è una delle zone più ricche di biodiversità della Tenuta e dell'intero Parco di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli. Il Fiume Morto è parte integrante della selva pisana la quale ha ottenuto recentemente, insieme all'intera area del Parco, il riconoscimento dell'Unesco come riserva della biosfera. La selva pisana è inoltre un sito d'importanza comunitaria, com'è stato definito dall'Unione Europea, dallo Stato Italiano e dalla Regione Toscana. L'importante ruolo idraulico svolto dal Fiume Morto è stato negli ultimi anni minacciato dall'incessante erosione costiera, che di recente è stata arginata grazie alla ricostruzione della sua intera foce, realizzata con un intervento di circa un milione di euro ed eseguito in collaborazione tra la Regione Toscana, la Provincia di Pisa, l'Ente Parco e il Consorzio di Bonifica - "Ufficio dei Fiumi e Fossi" -. Quest'opera contribuisce a restituire maggiore sicurezza dalle esondazioni nella parte nord della città di Pisa e nella pianura pisana. In questi anni le opere di disinquinamento degli scarichi dei Comuni di Pisa e San Giuliano Terme hanno sicuramente migliorato la qualità delle acque del Fiume Morto, ma rimane da svolgere ancora un importante lavoro affinché si possa restituire questo corso d'acqua alla sua antica funzione di luogo di pesca, di svago e di fruizione da parte della collettività (dalla Presentazione al volume redatta da Silvano Casella) Autore: AA.VVA cura di: Barbara Baroni e Luca Gorreri Editore: Pacini Editore, 2005 Pagine: 258
).


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