1. Perché parlare di temi così apparentemente lontani come coesione sociale, mercato, Europa quando si parla del futuro delle associazioni di volontariato per la donazione del sangue anche in termini strettamente organizzativi?
La risposta è molto semplice. Nonostante l’elevata conflittualità fra i governi nazionali, il pachiderma burocratico rappresentato dagli organismi della Commissione Europea a Bruxelles, la frammentazione linguistica, culturale e sociale, l’allargamento a territori e Paesi che hanno un’idea di Europa molto lontana dalla vita quotidiana dei loro cittadini, l’Europa è un punto di riferimento legislativo rilevante. E se la legislazione europea è cogente (come lo è) in molti settori (dall’agricoltura all’industria, dalla ricerca alla formazione, dai servizi sociali al sangue), anche un’organizzazione di volontariato deve essere interessata, presente e consapevole di quello che avviene in Europa.
2. Perché allora coesione sociale e mercato? Perché l’Europa è stata fondata negli anni 50 su basi esclusivamente economiche e con una prospettiva che privilegiava allora l’idea del libero mercato e della libera circolazione delle merci e degli uomini. Questa idea ha lentamente messo le radici sia da un punto di vista tecnico sia da un punto di vista culturale, fino a darci l’idea che non fosse possibile pensare a qualcosa che fosse diverso dal libero mercato, dalla libera circolazione delle merci e degli uomini. Cioè abbiamo pensato e continuiamo a pensare che l’unica possibile modalità (e anche la più efficiente e la più efficace) di organizzare, produrre, offrire servizi, gestire persone fosse quelle dell’impresa all’interno di un libero mercato. L’incontro fra domanda e offerta avrebbe risolto tutti i problemi dell’uomo. Qualcuno era arrivato a parlare alla fine degli anni 90 anche di fine della storia (Fukujama, 1992). Con un’idea così radicata nelle nostre teste e nelle pratiche di vita quotidiana, lo spazio per tutto quello che non sia impresa e mercato diventa residuale. Il pubblico, lo stato aveva perso il suo appeal già da molto tempo prima, accusato come era (e come è) di eccessiva burocrazia, di spersonalizzazione, di una visione dei cittadini come sudditi (Rolando, 1998).
3. Ma cosa non è impresa e mercato? Perché è rilevante per ciascuno di noi, per le comunità dove viviamo, per il futuro dei nostri figli? La coesione sociale non è una chimera, ma qualcosa che consente il riconoscimento reciproco fra le persone, che le relazioni non abbiano un prezzo e non prevedano un dare e un avere, che ci si possa impegnare senza essere né efficaci né efficienti, perché abbiamo privilegiato la dimensione partecipativa e il protagonismo di ogni singolo cittadino o persona o volontario o donatore, che si possa pensare ai beni comuni e collettivi anche se questo non sarà riconosciuto economicamente, che si possa pensare che non tutto ha un prezzo e che non tutto è merce.
4. Perché questa riflessione è importante per le associazioni di volontariato per la donazione del sangue? Perché alcune tendenze presenti in molte organizzazioni di volontariato ha spostato l’attenzione dalla promozione e dal vivere la cultura della solidarietà e del dono, a una attenzione esclusiva per la gestione dei servizi e delle attività con stili, prospettive e modalità imprenditoriali e di mercato. Tanto grande è stata la spinta che l’Europa ha posto problemi di libera concorrenza. Nello specifico delle associazioni per la donazione del sangue questo si è tradotto in una spinta sempre più forte verso la raccolta privata del sangue anche nei contesti dove i centri trasfusionali pubblici erano presenti, Chiamo la raccolta privata e non associativa, perché spesso le modalità di raccolta sono di natura privatistica sia per i rapporti e i contratti di lavoro messi in essere sia per la logica strettamente imprenditoriale che ci sta dietro: tante più sacche raccolgo, tante più risorse economiche incamero.
5. Questa deriva gestionale anche in parti importanti delle associazioni toscane è in linea con una idea di Europa fondata sul mercato e sulla libera circolazione delle merci e delle persone. Anche il sangue potrebbe essere un prodotto al pari di tutti gli altri. Perché no? Come sapete in molti paesi europei la donazione di sangue non è anonima, volontaria e gratuita, ma prevede un corrispettivo in denaro per il donatore. In questa prospettiva il passaggio al mercato del sangue è quasi indolore. Anche qui in Italia alcuni immigrati hanno chiesto il perché non gli è pagato il sangue donato.
6. Se il sangue diventa prodotto, le associazioni per le donazioni del sanuge potrebbero essere organizzate come imprese che agiscono sul mercato. Se il sangue non è un prodotto, se il sangue non può essere raccolto privatisticamente perché ne va anche della sicurezza (il donatore incerto lo prendo ugualmente perché è una sacca in più), allora l’organizzazione di volontariato non può e non deve essere organizzata come se fosse un’impresa, perché non agisce su un mercato, non ha l’obbiettivo di incamerare sempre più risorse e le sue priorità sono altre.
7 Quali sono allora le priorità più generali per una organizzazione di volontariato? Recentemente ho chiamato alfabeto della coesione sociale (Volterrani, 2009) ventuno dimensioni rilevanti per una organizzazione di volontariato, ma anche di terzo settore. Le ventuno dimensioni sono le seguenti: La prima dimensione che proponiamo è la sostenibilità sociale delle azioni, delle progettualità e dei servizi del volontariato nei territori di riferimento per assicurare la riproducibilità sociale, ambientale ed economica per le future generazioni. La seconda dimensione, composita ed articolata, è quella della relazionalità diffusa e del capitale sociale linking ovverosia le capacità di: 1) cucire il tessuto comune del territorio (memoria, storia, cultura e progettualità presente e futura) dentro i territori di appartenenza;2) riprodurre relazionalità nei vuoti e nei buchi strutturali creati anche dalle logiche strettamente di mercato intorno ad individui e gruppi vulnerabili ed esclusi socialmente; 3) promuovere relazioni condivise fra persone provenienti da culture, contesti, comunità differenti; 4) promuovere relazioni paritarie in contesti caratterizzati da diseguaglianza di potere e di opportunità, favorendo l’assunzione di responsabilitàall’interno delle comunità di riferimento; 5) promuovere la diffusione del capitale sociale che mette in relazione (linking) che riguarda i legami tra persone diverse, in contesti sociali diversificati, grazie a cui si può accedere a un ambitodi risorse più esteso rispetto a quello della comunità di appartenenza. È questa una delle dimensioni che maggiormente caratterizza il gusto del volontariato e lo differenzia dalle altre organizzazioni sia pubbliche che private. La terza dimensione che proponiamo è quella della democraticità e della partecipazione ovverosia la capacità del volontariato di: 1) promuovere spazi, luoghi e meccanismi reali di partecipazione democratica interna ed esterna alle organizzazioni (nei territori della politica,ma anche in quelli del mercato); 2) rappresentare un luogo di apprendistato alla partecipazione democratica e politica,oltre che di apprendistato all’educazione civica e alla solidarietà. Una quarta dimensione, maggiormente rivolta a coloro che sono destinatari di servizi e di attività, è quella della riproduzione di relazioni:ovverosia la capacità di promuovere autonomia e responsabilità nei destinatari con particolare attenzione alla rimozione delle cause del disagio e alla “ricostruzione” delle persone non come “portatori di disagio”, ma come cittadini. Spostandoci nell’alveo delle relazioni con le istituzioni,la quinta dimensione fa riferimento al dare risposte adeguate ai bisogni in un quadro di programmazione e coprogettazione,privilegiando l’integrazione e il fare rete da parte del volontariato. Una sesta dimensione da rilevare è il perseguimento di un’efficace capacità di azione sinergica rispetto alle attività degli enti pubblici ed agli altri attori del volontariato e del terzo settore, con attenzione al radicamento sul territorio e dalle relazioni intrattenute con gli altri soggetti (pubblici o del volontariato), all’attivazione di un ruolo complementaree non sostitutivo rispetto al territorio di riferimento e alla condivisione di obiettivi e metodi attraverso i quali i servizi sono erogati. Passando ad esplorare le pratiche relazionali che si instaurano nell’ambito delle attività e dei servizi offerti, una settima dimensione è la flessibilità, ovverosia la capacità di dare risposte veloci grazie all’utilizzo di percorsi informali, con attenzione alla trasformazione dei bisogni, all’adattabilità del servizio offerto e ai mutamenti che questo necessariamente subisce nel corso della sua realizzazione. Un’ottava dimensione è quella dell’universalità dell’accesso e delle prestazioni offerte, facilitando l’accesso a tutti coloro che fanno parte della comunità territoriale di riferimento. Una nona dimensione è la costruzione condivisa e partecipata della valutazione della qualità dei progetti e dei servizi offerti. Una decima dimensione è la valorizzazione della prossimità: le organizzazioni di volontariato sono prossime ai territori sia per la capacità di leggere e interpretare i bisogni in sintonia con le persone sia per la dimensione organizzativa nonché per le radici profondamente innestate nel territorio (cultura, valori, persone, risorse). Infine, e collegata alla precedente, una undicesima dimensione è la valorizzazione del territorio. Il territorio, il local è un punto di forza delle organizzazioni di volontariato. Un territorio che non è solo uno spazio di mercato, ma, anzi, un luogo antropologicamente significativo verso il quale non sono pensabili(né attuabili) azioni esclusivamente orientate al profitto pena il depauperamento delle risorse simboliche, materiali e umane che rappresentano la linfa vitale del tessuto sociale dal quale prendono vita le organizzazioni stesse- Si aggiungono alle dimensioni precedenti, innanzitutto la dodicesima dimensione, l’organizzazione partecipata, ovverosia l’elaborazione di una strategia che preveda la definizione precisa ed esplicita diruoli e procedure e la creazione di canali di partecipazione aperti sia agli associati che agli esterni e attenzione a processi organizzativi, metodi di lavoro, modalità di organizzazione e gestione di riunioni, assemblee e in generale delle occasioni di coinvolgimento degli utenti. Accanto a questa troviamo la tredicesima dimensione, la valorizzazione dell’ascolto ovverosia la capacità del volontariato di costruire un rapporto di ascolto con ogni destinatario, che tenga conto delle diversità e del forte carattere di umanità richiesto dalle peculiari tipologie di servizi forniti. La quattordicesima dimensione è la comunicazione interna e esterna19 come impegno nella costruzione di strumenti di comunicazione che incrementino il radicamento nel territorio e la visibilità del volontariato presso i destinatari e la pubblica amministrazione e che facciano attenzione alla conoscenza degli strumenti, al loro apprendimento,alla relazione fra forma e sostanza della comunicazione e al passaggio tra l’appartenenza e la condivisione;anche come costruzione di spazi comunicativi condivisibili nella sfera pubblica locale e mediale. La quindicesima dimensione è la formazione e l’apprendimento continuo21 per garantire continuità e certezza del servizio, continuo e ampio impegno nel coinvolgere soci, volontari e operatori, con attenzione ai processi organizzativi, al rischio di burn-out per i volontari, i soci e gli operatori e al bagaglio di competenze da loro posseduto. Inoltre è la dimensione della trasferibilità delle conoscenze fra generazioni diverse di volontari che è stata probabilmente carente nel condividere competenze valoriali e non solo tecnico-professionali. La sedicesima è una delle dimensioni che maggiormente costituisce l’habitus e il gustodel volontariato: l’etica della gratuità e del dono. In particolare sono da sottolineare: 1) il radicamento delle iniziative di volontariato in matrici culturali ed ideologiche capaci di mobilitare risorse, di attrarre nuovi volontari, di infondere nei partecipanti omogeneità di visioni e finalità, di proporre norme etiche e valori condivisi, di favorire comportamenti cooperativi e rapporti di fiducia; 2) il volontariato si qualifica quindi per l’esercizio di una libertà responsabile capace di farsi carico dei vincoli di solidarietà che sono inerenti ai legami sociali in cui esso è coinvolto; 3) l’attenzione ai bisogni dei volontari, dei soci e degli operatori in termini di valorizzazione del carattere disinteressato del servizio e del fondamento etico del soggetto del volontariato, con attenzione alle motivazioni possedute da ciascuno e agli obiettivi del soggetto. Anche la diciassettesima dimensione, l’innovazione ovverosia la capacità di sviluppare azioni in ambiti non interessati da interventi del mercato (perché poco o per niente redditizi) o dallo stato (perché di difficile gestione e/opoco diffusi e/o non ancora percepiti come rilevanti) e/o di proporre servizi, azioni e progetti inediti per il territorio di riferimento e/o di sviluppare azioni che incrementino l’autoriflessione del territorio di riferimento, ha valenze strategiche per il nostro percorso idealtipico. Lavorare sulla frontiera e sul rischio è la diciottesima dimensione ovverosia la scelta come obiettivi prioritari di temi e ambiti marginali e/o sconosciuti anche alla comunità territoriale di appartenenza e la capacità di lavorare “border-line” e in situazioni di evidente disagio (organizzativo, gestionale e ambientale) e pericolo,assumendo il rischio di esiti non positivi di azioni, servizi e progetti. La diciannovesima dimensione è l’immaginazione ovverosia la capacità di immaginare il futuro della comunità di appartenenza, ma anche dell’organizzazione, delle sue attività e delle sue progettualità. Una dimensione difficile, ma assolutamente caratterizzante un ruolo anticipatorio e creativo delle organizzazioni di volontariato. La ventesima dimensione è lo sviluppo della knowledge work ovverosia la capacità di diventare degli esploratori della conoscenza contestualizzata e territorializzata per trovare feconde interrelazioni fra teorie e pratiche. La ventunesima dimensione è la governance ovverosia la capacità di affrontare e gestire la crescentecomplessità dei territori caratterizzata da pluralità di attori, pluralità di culture, pluralità di progettualità, azioni e percorsi di sviluppo.
8. Molte di queste dimensioni sono parte integrante della storia delle associazioni per la donazione toscane. Altre non le appartengono e forse non le apparterranno mai perché esistono specificità collegate ai processi di donazione del sangue. Ma è anche vero che è possibile iniziare di nuovo a riflettere sul futuro del volontariato a partire da quelle dimensioni. In conclusione, tra mercato e coesione sociale, una organizzazione di volontariato per la donazione del sangue sceglie di stare immersa nella seconda. E sceglie anche di farla diventare patrimonio delle comunità territoriali dove è ancora profondamente radicata.
A cura di Andrea Volterrani Università di Roma Tor Vergata
Brevi riferimenti bibliograficiFukujama F. (1992),
La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano
Rolando S. (1998),
Un paese spiegabile. La comunicazione pubblica negli anni del cambiamento, delle autonomie territoriali e delle reti, EtasLibri, Milano
Volterrani A., Tola P., Bilotti A. (2009),
Il gusto del volontariato, ExormaEdizioni, Roma