Scuola come punto di partenza per l'inclusione e l'integrazione dei minori stranieri. Almeno in teoria. All'atto pratico restano ancora tanti problemi, pregiudizi e ostacoli. Elena Gagliasso, professore associato di filosofia della scienza alla Facoltà di Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma e Giovanna Ceccatelli Gurrieri, docente di sociologia dei processi culturali all'Università di Firenze, hanno tentato di affrontare il delicato tema durante la tavola rotonda dedicata alle pratiche interculturali come strumento di gestione delle diversità
«Le storiche definizioni di razzismo – ha detto Elena Gugliasso - quello cosiddetto di sfruttamento e quello di espulsione, sono in questo momento confuse ed intrecciate tra loro. Il primo si basa su un concetto di superiorità gerarchica: sfrutto il diverso per compiti che non mi sogner ei mai di svolgere. Il secondo ha avuto storicamente come deriva lo sterminio di massa. Il modo in cui viene esercitato oggi si distanzia ovviamente da questa concezione estrema. In sostanza cerchiamo di riproporre certi schemi ma con declinazioni diverse. Tendiamo a considerare i nostri costumi come la normalità, come il meridiano di Greenwich. E sono soprattutto i bambini, nelle classi, a subire il peso di questi pregiudizi, prima ancora di esserne consapevoli». Cosa facciamo, concretamente, per ridurre questa 'distanza'? «A livello di scelte politiche – conclude la docente de La Sapienza - molto ma nella pratica molto poco. Un esempio? A Roma, dopo il cambio di amministrazione comunale, il primo atto fu l'abolizione delle mense etniche, un'esperienza bellissima. Sono queste piccole pratiche che consentono l'intreccio e l'incontro delle razze. Ma evidentemente c'è chi la pensa in modo diverso».
La docente dà qualche numero: 8 68 mila minori stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2009, con una crescita stimata in circa 100 mila unità l'anno; 575 mila gli iscritti stranieri nelle scuole italiane alla stessa data, con un incremento dell'87% negli ultimi 5 anni. «La nostra – ha osservato la professoressa Ceccatelli - è indubbiamente una società multiculturale e multietnica. Per i bambini il compito di crescere è ancora più duro, perché strappati dai propri riferimenti culturali e sociali. Sintomatica la risposta di una bimba dello Sri Lanka quando gli è stato chiesto se si sentiva immigrata: 'noi bimbi non siamo immigrati ma portati qui dai nostri genitori; se fosse stato per me qui non ci sarei mai venuta'. Atteggiamento normale e comprensibile». E l'Italia cosa fa per facilitare il percorso di inclusione? «I programmi non mancano, ma si tende piuttosto ad una tutela protettiva che non ad un'emancipazione vera e propria. Spesso – conclude - le difficoltà ambientali e culturali si sommano a quelle che si manifestano in classe, fino all'emarginazione. Le soluzioni non mancano; manca probabilmente la volontà effettiva di applicarle».
Federico Taverniti