«Un piano massimalista non serve a niente, ma in Italia c'è una tentazione forte in questa direzione». Il professor Dipak Pant, docente di Antropologia ed economia all'Università di Castellanza, non lesina franchezza, affrontando con altri ospiti il tema «Scienza, governo, cittadini. Soluzioni, scelte, stili di vita». «Il termine sostenibilità – ha proseguito – è diventato troppo di moda, mentre manca una strategia a lungo termine.
Sostenibilità significa portare il caos vitale al livello della sopportabilità umana e dell'accettabilità etica. Possiamo procedere individuando piccoli bandoli della matassa. Uno di questi potrebbe essere, ad esempio, la mobilità multiforme, che non significa costruire piste ciclabili decorative ma assicurare alle persone la possibilità di muoversi normalmente anche con mezzi non motorizzati. Cosa che migliora la salute del singolo e la coesione sociale. Un altro esempio: l'Italia è policentrica, dovrebbe puntare i progetti su una sorta di strategia del marchio-luogo, il place brand, valorizzando la qualità del contesto».
Ha condiviso questi concetti il professor Ernesto Antonini, docente di tecnologia dell'architettura all'Università di Bologna, che ha parlato delle necessità di concretizzare le competenze esistenti e della ricerca di un «dio delle piccole cose».
Il punto di vista del territorio, di chi mette in pratica le scelte prese dagli amministratori, lo ha immesso nella discussione pomeridiana Sergio Chiacchella, coordinatore del distretto delle energie rinnovabili formalizzato nel 2006 dalla Regione Toscana. «Abbiamo scommesso – ha detto Chiacchella - sullo sviluppo sostenibile legandolo al nostro territorio, ricco di calore geotermico. Ma oltre allo sfrut tamento della geotermia, di cui ci siamo impegnati a migliorare la compatibilità ambientale, abbiamo puntato sull'uso delle altre rinnovabili con il risultato di produrre il 30% dell'energia elettrica necessaria alla Regione Toscana. In questo ambito abbiamo privilegiato gli aspetti della replicabilità e dunque del trasferimento e dell'applicazione tecnologica per conoscere e condividere le migliori pratiche in questo ambito. Stiamo così contribuendo a migliorare la vita della popolazione». Alessandro Giari, presidente del polo tecnologico di Navacchio e dell'Apsti, ha espresso una voce critica: «Dobbiamo partire dal mercato – ha detto - non possiamo pensare che la politica pubblica sostenga da sola l'innovazione. Quello che manca qui è l'impresa. Nel polo tecnologico di Navacchio c'è stato il 157% di crescita , e il fotovoltaico è passato da 3 a 30 milioni di fatturato. Ma questo è il frutto di un sostegn o economico che non può essere costante. Non è una visione economicistica ma pragmatica. Dobbiamo trasferire i motori di sviluppo in prodotti innovativi che si affermino sul mercato».
«Le buone leggi non è che manchino - aveva detto Antonio Lumicisi, esperto del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio – Il problema è che troppe volte sono applicate male o non sono applicate». «In Italia comunque già si è fatto molto – aggiunge – Contro il riscaldamento del pianeta la Commissione europea ha promosso il patto dei sindaci e sono già cinquanta le città italiane che hanno aderito. Alla conferenza sul clima di Copenaghen, che sarà a fine dicembre, vorremmo essere cento».
Susanna Cressati