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PRAF 2012/15

In Primo Piano

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Resoconto del convegno: Rapporto sul Sistema rurale toscano

Resoconto del convegno: Rapporto sul Sistema rurale toscano



Il Rapporto sul sistema rurale toscano è svolto nell’ambito di una collaborazione tra IRPET e Regione Toscana e costituisce uno strumento per raccogliere e diffondere le conoscenze sul sistema rurale della Toscana. Esso è stato coordinato da Simone Bertini (IRPET) con la collaborazione di Benedetto Rocchi (DIPSA, Università di Firenze) e Lucia Tudini (INEA).


- scarica il rapporto (pdf)


Sintesi del rapporto

Il 2010 ha rappresentato per il sistema rurale toscano l’anno dell’uscita dalla recessione ed inevitabilmente presenta sia luci che ombre. Anche alla luce dei primi dati del 6° Censimento Generale dell’Agricoltura il settore agricolo si presenta, nel complesso, solido nelle sue attività più caratteristiche, centrate sulle colture legnose e sulle produzioni aziendali secondarie, dopo un significativo processo di ristrutturazione  realizzatosi negli anni 2000. Non mancano tuttavia aspetti che richiederanno una attenta riflessione, come la forte perdita di superfici a prato pascolo e il permanere di un elevato grado di senilizzazione del lavoro agricolo.

Nel 2010 il comparto agroalimentare toscano ha contribuito per il 3,3% alla formazione del valore aggiunto dell’economia regionale, per un totale di 3 miliardi e 145 milioni di Euro, con un incremento rispetto all’anno precedente del 2,6% in valore corrente, generato dalla crescita di Industria Alimentare e Pesca a fronte di un calo dell’Agricoltura dell’1,1%. Il risultato negativo della componente agricola è stato generato dalle  variazioni reali, più sfavorevoli in Toscana che nel resto d’Italia, nonostante un complessivo miglioramento della forbice tra prezzi dei prodotti e prezzi dei fattori. La produzione della branca agricoltura nel 2010 ha superato i 2,5 miliardi di Euro, pari al 5,4% del totale nazionale. Confermando una tendenza ormai pluridecennale, l’importanza delle produzioni delle coltivazioni legnose all’interno dell’agricoltura toscana ha continuato a crescere. Le colture legnose hanno prodotto beni per oltre un miliardo di Euro, rappresentando
circa la metà del valore della produzione agricola regionale e oltre il 10% delle produzioni legnose nazionali. Il comparto degli allevamenti e quello delle colture erbacee hanno rappresentato ciascuno una quota di poco inferiore al 20% del totale. Nonostante un significativo calo in termini reali la produzione delle attività secondarie svolte dalle aziende agrarie (trasformazione prodotti aziendali, agriturismo) ha continuato a crescere in valore, superando il 7% della produzione di branca. Le attività secondarie ormai rappresentano un vero e proprio comparto strategico per l’agricoltura regionale, caratterizzato da un alto livello di  qualificazione anche rispetto alle altre regioni. Sulla base degli indicatori disponibili le più recenti previsioni prodotte dall’IRPET indicano per il 2011 una crescita del valore aggiunto prodotto dall’agricoltura in termini correnti pari a circa l’1%, per la quasi totalità sarebbe dovuto all’effetto delle variazioni di prezzo.
L’andamento sfavorevole della ragione di scambio a partire dal secondo trimestre dell’anno in corso, tuttavia, potrebbe mettere in discussione questa previsione.

La realizzazione del 6° Censimento Generale dell’Agricoltura rende il 2010 anche un anno importante per una valutazione approfondita della dinamica strutturale recente dell’agricoltura regionale. I dati provvisori diffusi dall’ISTAT mostrano un’agricoltura in movimento, con luci ed ombre. Il tessuto aziendale si è evoluto verso dimensioni più efficienti anche grazie ad una incrementata mobilità della terra attraverso i contratti di affitto. Una ristrutturazione confermata anche dal confronto con le altre regioni nell’evoluzione del valore aggiunto agricolo: nel corso degli anni 2000 la Toscana è stata la sola regione con la migliore dinamica in termini di efficienza tecnica nell’uso degli input, confermando anche una certa competitività nel migliorare la forbice tra i prezzi dei prodotti e quelli dei fattori. Un indicatore positivo è rappresentato anche dalla tenuta delle superfici a colture arboree e vitate, segno di un processo di specializzazione delle produzioni nella logica dei vantaggi comparati e dalla stabilizzazione allevamenti bovini e suini, dopo il processo di forte ridimensionamento subito nell’ultimo ventennio del secolo scorso.

I dati censuari mostrano tuttavia anche alcuni aspetti insoddisfacenti. La SAU nel complesso è diminuita a tassi che sono fra i più alti a livello italiano. In particolare si sono ridotte le superfici a maggiore valenza ambientale, come quelle a prato pascolo, che dopo il 2013 potrebbero essere strategiche nel greening della PAC riformata.

Negli anni della crisi le attività di industria e commercio agroalimentare hanno avuto un comportamento tipicamente anticiclico, manifestando in ritardo sia gli effetti della recessione che la ripresa dopo i picchi negativi e, più in generale, mostrando variazioni più contenute rispetto agli altri comparti dell’economia regionale. Le imprese agroalimentari artigiane hanno manifestato una maggiore difficoltà nella ripresa dopo il 2009 rispetto alle industriali, forse subendo maggiormente una domanda alimentare che si è fatta più attenta alla spesa alimentare o forse per la maggiore difficoltà, tipica del comparto, nel cogliere la ripresa dei mercati all’esportazione.

Sui mercati esteri infatti la Toscana agroalimentare è complessivamente cresciuta, secondo i dati ISTAT, sia nel 2010 che nel primo semestre 2011. Hanno superato le performance fortemente negative corrispondenti al picco della recessione i due settori chiave del vino e dell’olio di oliva. Per quanto riguarda quest’ultimo una certa contrazione delle importazioni, a fronte di una crescita dell’export, potrebbe indicare l’inizio di un processo verso una maggiore valorizzazione delle produzioni toscane di qualità sui mercati internazionali. Nel caso del vino la dinamica positiva è stata favorita dalla ripresa dello strategico mercato statunitense e da
brillanti performance in mercati come la Russia e la Cina che presentano interessanti margini
di ulteriore penetrazione.

Nonostante la crisi la dinamica occupazionale nell’agricoltura toscana negli ultimi anni è stata abbastanza positiva, mostrando forse una certa capacità del settore di riassorbire almeno temporaneamente  manodopera uscita dai settori maggiormente colpiti dalla crisi, in controtendenza con quanto manifestatosi nel resto d’Italia. Si tratta tuttavia soprattutto di posizioni lavorative a tempo determinato, probabilmente corrispondenti a posizioni professionali poco qualificate. Una quota crescente (anche se non esclusiva) di queste posizioni sono occupate da lavoratori extracomunitari che per l’agricoltura toscana rappresentano una risorsa nel breve periodo, rendendo possibile la sopravvivenza di processi produttivi ad alta intensità di manodopera, ma pongono un problema nel medio periodo, rappresentando un disincentivo ai processi di innovazione. I dati sembrano inoltre mostrare, coerentemente con i dati provvisori del Censimento, una elevata senilizzazione della manodopera agricola, sia dipendente che indipendente. Il processo di ristrutturazione in atto, tuttavia, fa pensare che il fenomeno possa essere diversificato tra le diverse tipologie aziendali: i dati definitivi del  Censimento potranno fornire una risposta. L’aspetto maggiormente positivo che deve essere registrato è l’incremento del 15% tra il 2008 e il 2010 dei lavoratori autonomi che dovrebbero
rappresentare forme più stabili di occupazione.

La situazione del credito all’agricoltura è stata ed è influenzata in modo evidente dalla forte instabilità che pervade i mercati finanziari, da una ripresa economica ancora inferiore rispetto alle attese, dall’incertezza sulle politiche economico-finanziarie e fiscali. Esiste ancora una diffusa situazione di immobilità derivante dalla crisi di fiducia degli investitori e dell’intero sistema bancario. I finanziamenti all’agricoltura hanno un andamento positivo, anche se i tassi di crescita sono molto contenuti. Inoltre, solo una quota di tali finanziamenti sono destinati a nuovi investimenti in chiave con una positiva ristrutturazione del settore, mentre un’altra parte è volta al sostegno della liquidità delle imprese, che hanno ridotto le proprie capacità di
autofinanziamento. I tassi d’interesse applicati, nonostante un andamento in linea con la tendenza generale dei tassi di mercato, non sono commisurati alla effettiva rischiosità del settore. Infatti, nonostante i tassi di decadimento mostrino un settore agricolo sempre meno rischioso rispetto alle altre branche di attività economica, i tassi a esso rivolti sono sistematicamente superiori. Il superamento della crisi di fiducia, seppure influenzata dall’instabilità del sistema economico e finanziario, passa dunque da un miglioramento
dell’informazione interna ed esterna all’impresa e dall’avvicinamento tra banche e imprese per raggiungere una valutazione efficace dei progetti d’investimento e del merito creditizio, rispondente all’effettiva rischiosità dell’impresa.

Il Rapporto di quest’anno fa il punto della situazione per alcune delle principali filiere agroalimentari regionali: cereali, olio di oliva, vino, carne bovina e prodotti lattiero caseari. Nonostante la crisi economica, che colpisce in misura maggiore o minore tutti i comparti, i potenziali competitivi del sistema agroalimentare regionale sono confermati e nascono in primo luogo dal legame forte delle produzioni con il territorio. Ciò è vero non solo nel caso del vino e dell’olio di oliva, dove l’uso delle certificazioni di origine è una strategia ormai consolidata, ma anche in altri comparti, come ad esempio quello della carne bovina, con produzioni di
qualità assicurate dalla presenza di razze autoctone (in primis, la Chianina) particolarmente pregiate, che possono essere valorizzate anche, e soprattutto, attraverso lo sviluppo di canali commerciali brevi e diretti. La stessa differenziazione qualitativa delle produzioni, costituisce un importante vantaggio competitivo che, oltre ai settori nei quali è tradizionalmente valorizzata (ancora una volta il vino e l’olio di oliva), si sta  diffondendo anche in altri comparti: basti pensare a quello del latte alimentare, la cui valorizzazione da parte degli operatori della filiera, volta a soddisfare le richieste provenienti dal mercato e dalla distribuzione commerciale, procede attraverso una crescente attenzione ai parametri qualitativi della materia prima ai fini della segmentazione del mercato del latte alimentare (latte alta qualità, biologico, da produzione integrata).
La valorizzazione delle produzioni agroalimentari regionali, dunque, passa sempre di più attraverso la qualità e il legame con il territorio, che costituiscono i principali punti di forza del sistema regionale. I problemi principali sono piuttosto di natura strutturale e organizzativa.

In alcuni comparti la elevata frammentazione della base produttiva costituisce ancora un problema. E’ il caso dell’olivicoltura, dove non solo le superfici medie aziendali rimangono modeste, ma addirittura, si comincia a manifestare un certo abbandono della coltura nelle aree collinari, dove maggiori sono i costi di produzione. Le ridotte dimensioni aziendali sono spesso un vincolo insormontabile, in assenza di precise strategie di integrazione, alla introduzione delle innovazioni necessarie al recupero di margini di redditività, oggi non assicurati talvolta neanche dalla denominazione geografica. Anche il settore lattiero-caseario soffre per la
presenza di vincoli strutturali fra i quali una frammentazione del tessuto produttivo, una limitata ed eterogenea dimensione delle aziende sul territorio, una disparità fra tipologie aziendali. Fattori di debolezza che possono comportare un limitato potere contrattuale nei confronti degli altri operatori della filiera, una difficoltà nel rispondere alle esigenze del mercato e l’impossibilità nello sfruttare adeguate economie di scala che potrebbero ridurre i costi aziendali. Spesso è anche la carente integrazione di filiera a costituire il principale vincolo alla valorizzazione della qualità delle produzioni. E’ il caso ancora una volta dell’olio
di oliva ma anche della carne bovina e della filiera dei cereali dove, nonostante una serie di importanti investimenti realizzati negli ultimi anni, l’importante fase di stoccaggio rappresenta ancora un punto dolente per la filiera regionale e necessita di un ulteriore miglioramento. Il sistema di stoccaggio è frammentato sul territorio e non favorisce la concentrazione e la differenziazione del prodotto, provocando un aggravio dei costi di gestione e di trasporto. Se dunque da un lato la continua valorizzazione della qualità delle produzioni e del loro legame con il territorio non può essere abbandonata (nel Rapporto di quest’anno si fa il punto
sull’interessante esperienza dei marchi territoriali), appare urgente lo sforzo di natura organizzativa finalizzato al coordinamento degli attori e all’integrazione delle strategie a livello di filiera, anche per consentire al tessuto di imprese alimentari artigianali, che come visto hanno maggiormente subito gli effetti della crisi economica, di continuare a svolgere il loro fondamentale ruolo di collegamento tra produzioni agricole e regionali e consumatore. Per questo i Progetti Integrati di Filiera finanziati dal Piano di Sviluppo Rurale costituiscono un’opportunità molto importante per il futuro del comparto agroalimentare regionale.
L’analisi del quadro delle politiche settoriali mostra la Toscana avviarsi verso il completamento dell’attuale fase della PAC con un quadro di pianificazione ben delineato con il nuovo Piano Regionale Agricolo e Forestale.

Il PRAF 2012-2015 costituisce un unico strumento di intervento finanziario e di regolamentazione per la molteplicità dei settori del comparto agricolo e forestale; un documento che discende direttamente dal Programma Regionale di Sviluppo, a disposizione degli operatori che contiene tutte le indicazioni e le azioni
specifiche messe in campo dall’Amministrazione e che riassume in sé gli interventi precedentemente disposti dal Piano Agricolo Regionale, dai Piani per la Pesca e l’Acquacoltura, dal Piano Faunistico-Venatorio e dal Programma Forestale Regionale (PFR).

Gli indirizzi strategici del PRAF sono declinati sui principi ispiratori del PRS e sono orientati ad agevolare l’aumento di competitività dei sistemi produttivi regionali attraverso la crescita delle imprese e la loro aggregazione in filiere, in armonia con la tutela e la valorizzazione delle risorse territoriali e ambientali. Il Piano ha una dotazione finanziaria di oltre 138 milioni di Euro, ai quali si vanno ad aggiungere gli oltre 4 milioni del Fondi Europeo per la Pesca e i circa 260 milioni della restante fase di programmazione dello Sviluppo Rurale.

Con la pubblicazione da parte della Commissione Europea della bozza di Regolamento, la discussione intorno al post-2013 e alla revisione della PAC è entrata nel vivo. Le proposte della Commissione per quanto riguarda il cosiddetto Secondo Pilastro delle politiche di sviluppo rurale, non sembrano mettere in  discussione la filosofia di fondo e le modalità di intervento, anche se introducono importanti cambiamenti in termini di flessibilità nella definizione dei piani (eliminazione degli assi con quote minime di budget) e di semplificazione delle misure (ridotte da oltre 40 a meno di 20). Una crescente enfasi viene assegnata agli obiettivi ambientali, con una misura specifica per il sostegno del biologico e l’introduzione tra le priorità da perseguire della promozione di un’agricoltura a bassa emissione di carbonio.
Importanti cambiamenti potrebbero verificarsi nel quadro delle attività di assistenza tecnica,
data la rinnovata enfasi attribuita all’innovazione e al trasferimento delle conoscenze, che
diventa una priorità trasversale a tutta la programmazione.
I cambiamenti maggiori sono tuttavia attesi dal Primo Pilastro per quanto riguarda i pagamenti diretti finalizzati a sostenere il reddito degli agricoltori. Innanzitutto la regionalizzazione dei pagamenti non sarà più una opzione ma diventerà obbligatoria in tutti gli stati membri. Un secondo aspetto rilevante della proposta è costituito dallo “spacchettamento” del pagamento unico in diverse componenti collegate a differenti obiettivi. Ad un pagamento base che, a seconda delle modalità applicative, potrebbe scendere fino a coprire il solo 48% del massimale nazionale, si aggiungeranno un pagamento “verde” (30% del massimale) collegato alla realizzazione di pratiche, aggiuntive rispetto ai precedenti obblighi di condizionalità, che sono considerate benefiche per il clima e l’ambiente, un pagamento facoltativo per le aree svantaggiate (fino al 5%), regimi obbligatori di pagamenti per i giovani agricoltori (fino al 2% del massimale) e per i piccoli agricoltori (fino al 10%) e un regime facoltativo di sostegno accoppiato di determinati tipi di agricoltura che, in casi particolari, potrebbe coprire fino al 10% del budget.

Il riequilibrio dei fondi tra paesi membri, la regionalizzazione e lo spacchettamento comporteranno inevitabilmente una significativa redistribuzione dei pagamenti tra stati, territori e aziende. Alcune simulazioni effettuate per questo Rapporto, mostrano che, anche se il massimale regionale potrebbe alla fine non essere modificato in modo radicale, vi potrebbe essere una significativa e articolata redistribuzione di risorse, solo in parte dovuta alle presenza di nuove aziende beneficiarie della regionalizzazione.Le tipologie aziendali maggiormente sfavorite dalla regionalizzazione potrebbero essere quelle specializzate in
seminativi, di grandi dimensioni economiche e fisiche (oltre 50 ha), localizzate prevalentemente nelle province di Siena, Pisa e Arezzo. Al contrario, le aziende più favorite sarebbero quelle ad indirizzo arboreo, di medie dimensioni economiche e fisiche, localizzate nelle province di Firenze, Grosseto e Pistoia. Se è possibile ipotizzare che la regionalizzazione possa determinare uno spostamento di risorse da tipologie e aree attualmente maggiormente beneficiarie dei pagamenti diretti verso tipologie e aree con un minor sostegno, le elaborazioni svolte mostrano anche casi di consolidamento del sostegno per alcune realtà, come ad esempio la provincia di Grosseto, o le aziende specializzate in erbivori (in particolare con allevamenti bovini e caprini).

L’impatto finale dipenderà comunque molto dalle modalità concrete con cui il sistema verrà implementato. Da questo punto di vista restano ancora importanti spazi di negoziazione e di azione di governo nei quali il sistema regionale dovrà difendere i suoi obiettivi. Basti pensare al calo delle superfici a prati permanenti nelle aree marginali registrato dall’ultimo Censimento, che potrebbe essere un elemento di penalizzazione nella gestione dei pagamenti “verdi”. Oppure alla definizione di “agricoltore attivo” che, nell’attuale formulazione proposta dalla Commissione Europea, tende a penalizzare le aziende che hanno scelto la strada della diversificazione verso attività non agricole (turismo, valorizzazione delle produzioni alimentari) in un’ottica di multifunzionalità che appare viceversa imprescindibile per il sistema rurale toscano.


Ultima modifica: 21/11/2012 12:14:58 - Id: 85119
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